7.5
- Band: EMPTINESS
- Durata: 00:41:44
- Disponibile dal: 20/01/2017
- Etichetta:
- Season Of Mist
- Distributore: Audioglobe
Spotify:
Apple Music:
Il coraggio di lasciarsi tutto alle spalle, forse per sempre. L’impulso di dare voce e corpo alle proprie emozioni senza badare alle critiche di chi, dietro una tastiera, scomoderà termini quali ‘azzardo’ e ‘tradimento’. Il piacere dato dall’esplorare territori nuovi e sconosciuti, sdoganando una volta per tutte i confini tra ciò che è metal e ciò che solitamente non viene trattato su queste pagine. Da sempre artefici di una proposta surreale e fuori dagli schemi (basti pensare al portentoso “Nothing But The Whole”), gli Emptiness si riaffacciano sul mercato con un’opera – la prima su Season of Mist – provocatoria fin dal titolo, che ne rimodella lo stile e ne lancia il nome ben al di fuori dei circuiti black/death, chiamando in causa le scuole di sperimentazione più disparate. Un cambio di rotta drasticissimo e brutale, quello operato dalle sette composizioni di “Not for Music”, eppure credibile e coerente con il percorso evolutivo dei belgi, mai sazi dei traguardi raggiunti e alla ricerca costante di scenari inediti su cui plasmare le proprie visioni, figlie di un impressionismo difficilmente descrivibile a parole. Nello specifico, ci troviamo davanti ad una tracklist dal carattere placido, sovente sussurrato, che amplifica a dismisura le arie cinematografiche e le contaminazioni del suddetto “Nothing…” per poi gettarle in una pozza di sonorità ‘altre’, lontane da qualsivoglia classificazione estrema. Ambient, dark wave, goth, noise rock, shoegaze, synth pop… Jeremie Bezier e compagni non guardano in faccia nessuno, lasciandosi guidare dal puro istinto (oltre che dalle sapienti mani di Twiggy Ramirez e Sean Beavan in cabina di regia) con l’intento di realizzare una serie di nenie oniriche, frammenti di sogno (o forse di incubo?) che ricoprono l’ascoltatore come se fossero melassa. A partire da “Meat Heart” fino a giungere a “Let It Fall”, unico episodio del lotto a presentare distorsioni degne di questo nome, si viaggia sospinti da arpeggi liquidi, riff ineffabili, ritmiche controllate, rumori di sottofondo e tastiere che oscillano tra il fantasmagorico e lo sfacciatamente catchy, all’insegna di un songwriting meno dinamico che in passato ma come sempre foriero di gusto e profondità, il cui incedere rarefatto non manca mai di essere sottolineato da un growling espressivo e strisciante. Una diapositiva che scorre avanti e indietro senza un’apparente logica, da approcciare nel giusto stato d’animo per non farsela andare di traverso, come un film dal montaggio non lineare pronto a svelare il suo significato negli ultimi minuti. Magnetico e sfuggente.
