EMPTINESS – Nothing But The Whole

Pubblicato il 04/06/2014 da
voto
8.5
  • Band: EMPTINESS
  • Durata: 00:39:03
  • Disponibile dal: 27/05/2014
  • Etichetta: Dark Descent
  • Distributore:

Signore e signori, benvenuti al cospetto del disco più indescrivibile e fuori di testa dell’anno. Difficile anche iniziare a “spiegare” in termini sensati un lavoro come questo, ma il dato inconfutabile del caso è che appena si preme il pulsante ‘play’ sul nuovo lavoro degli Emptiness si ha immediatamente la sensazione di essere al cospetto di qualcosa di grandioso ed incredibilmente diverso dal normale. Si evince da subito che sta per iniziare un viaggio incredibile nei meandri di un’opera labirintica, di un ascolto come nessun altro, e che abbiamo a che fare con un album metal particolarissimo e tutto fuorché normale, costruito per annientare il death metal e rinvigorirlo allo stesso tempo. “Nothing But The Whole” è un lavoro bizzarro e incredibilmente eccentrico, il lavoro di una band che ha avuto il coraggio e l’enorme personalità di voler portare il death metal in luoghi del tutto inesplorati dal genere per testarne il potenziale interpretativo in contesti assolutamente impensabili rispetto al proprio solito humus di appartenenza. Pur non essendo propriamente un lavoro di facile assimilazione o forte di una fluidità e di una scorrevolezza intese in senso convenzionale, l’immensa personalità del disco e il suo fascino esotico generano una spinta irrefrenabile nell’ascoltatore a volerne seguire in maniera ossessiva ogni singolo momento, quasi si trattasse di un film dalla trama magnetica e incredibilmente appassionante del quale appare impossibile abbandonare lo svolgimento prima che questo si concluda e del quale non si vuole assolutamente perdere alcun dettaglio. Stavolta la chiave di lettura della band nello sviluppare la proria estetica musicale sembra essere stata quella di affidare l’intero impianto compositivo del disco alla dittatura quasi imperante di un mid tempo sinistro e crespuscolare, un incedere ritmico, salmastro e decadente, incredibilmente cadenzato, aperto e di ampissimo respiro, che ha permesso ai nostri di divagare con felicità nelle soluzioni più assurde andando a immergersi in lidi sonori spesso completamente esuli dalla intensità e serratezza del death metal. Le voci cavernose e putride di Phogarth sono praticamente l’unica roccaforte rimasta in piedi che sia riconducibile ad un qualsivoglia tradizionalismo death. Tutto il resto è un costante innesto e sanguinamento, montare e smontare, sintetizzare e sbriciolare da parte dei Nostri delle più astruse e disparate estetiche musicali: noise (come prima e sempre più di prima), shoegaze, kraut rock, post-rock, e altre surreali iniezioni di psichedelia e industrial astrattissimo ben incastonate in un bakdrop black metal e death metal sempre più crivellato di immaterialità, presente ma ormai quasi completamente irroconoscibile. Rispetto al precedente e bestiale “Error”, “Nothing But The Whole” è addirittura un disco superiore per personalità e coraggio espressivo, dotato di un fascino ben più magnetico del suo predecessore, poichè è un disco inafferabile e indecifrabile, che genera sconforto e confusione, suscitando nell’ascoltatore il desiderio irrefrenabile di volerne “capire” il senso a tutti i costi, tenendo chi ascolta appiccicato alle casse quasi fosse stato ipnotizzato o drogato. Il blast beat e la doppia cassa risultano quasi del tutto assenti, polverizzati in surreali radure di blackened shoegaze, sludge e roboanti arpeggi di industrial doom reminescente dei Godflesh e, in maniera ancor più marcata, degli Jesu. Elementi del tutto inediti e impensabili per il death o il black metal convenzionali imperversano in tutto il disco, come in “Behind The Curtain”, per esempio, assurda scultura sonora di shoegaze, crust e black metal il cui perno centrale è una linea di organo malsana e crepuscolare. La successiva “All Is Known” addirittura riesce a flirtare con lo sludge inanellando una serie surreale di arpeggi di chitarra aperti e ariosi in cui si va ad inserire una marcissima base tribale quasi ci trovassimo di fronte ad una cimiteriale riedizione di “Pandemonium” dei Killing Joke. “Tale of a Burning Man” è forse l’unico momento del disco ancora ancorato alla pesantezza più diretta e discernibile di “Error”, e il suo incedere sincopato e lugubre in cui una sciame inarrestabile di chitarre ronzanti e un reticolato di cori bestiali generano lo stesso sconforto ed esaltazione che aveamo visto nella bestiale “It and Me”. Ma tutto il resto si muove nell’immateriale più totale, tra sbigottimento, meraviglia e perdita di equilibrio sensoriale. “The Past Is Death” e la opener “Go and Hope” creano un gioco di luci ed ombre straniante, che eclissano la percezione, distorcendo la realtà, distruggendo l’extreme metal con il post-rock e annientanto il post rock con il death metal a sua volta e facendo sprofondare l’ascoltatore in un abisso di ubiquità e crudelissima ambiguità musicale. L’imbarazzo nel non aver saputo descrivere il lavoro in maniera più tecnica e concettuale non lo nascondiamo, ma allo stesso modo non possiamo far altro che rimarcare come la totale indescrivibilità di questo disco sia una problema reale con cui è inevitabile fare i conti, e come questo sia null’altro che la somma riprova che ci troviamo di fronte a qualcosa di grandioso, completamente inaudito e assolutamente unico. Semplicemente, indescrivibile.

TRACKLIST

  1. Go and Hope
  2. Nothing but the Whole
  3. Behind the Curtain
  4. All is Known
  5. Tale of a Burning Man
  6. The Past is Death
  7. Lowland
11 commenti
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