8.0
- Band: END
- Durata: 00:30:13
- Disponibile dal: 27/10/2023
- Etichetta:
- Closed Casket Activities
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Quello che inizialmente – parliamo del 2017, anno di pubblicazione dell’EP “From the Unforgiving Arms of God” – poteva sembrare il passatempo estemporaneo di alcuni veterani della scena hardcore/metal nordamericana si è ormai trasformato in un progetto musicale fatto e finito, in grado di combinare costanza nelle uscite e autorevolezza dal punto di vista dei contenuti sul filo di una negatività sempre più pronunciata.
Gli End di Will Putney (Fit For An Autopsy), Brendan Murphy (Counterparts), Gregory Thomas (ex Misery Signals), Jay Pepito (ex Reign Supreme) e Matt Guglielmo (The Acacia Strain) non si guardano insomma indietro rispetto al ferocissimo debut album “Splinters from an Ever-Changing Face”, riaffacciandosi sul mercato con un’opera che ne trascina il suono in una dimensione ulteriormente permeata di angosce, incertezze e sofferenze; una sorta di antinferno in cui il metalcore dell’esordio si dilata, si frammenta e si ricompone senza soluzione di continuità, generando un flusso che solo di rado ricorre a cadenze regolari e di facile presa, e che non a caso trova nei contributi di J.R. Hayes (Pig Destroyer), Debbie Gough (Heriot) e Dylan Walker (Full of Hell) il suggello di una tensione sperimentale fino a poco tempo fa non così facilmente accostabile al moniker dei ragazzi.
Gli exploit di Harm’s Way, Jesus Piece, Vein.fm o dei suddetti autori di “Garden of Burning Apparitions”, con le loro atmosfere densissime, le cadenze roboanti e le esplosioni catartiche a sconquassare una base sonora sul filo della nevrosi, non devono essere passati inosservati agli occhi di Putney, che qui – dopo averci messo mano in ‘cabina di regia’ nei suoi Graphic Nature Audio (la Mecca di tutto il nuovo hardcore americano) – passa all’azione cimentandosi direttamente con certe sonorità imbevute di umori industrial, noise e powerviolence.
Il risultato finale, va da sé, si manifesta come una risposta caustica e sprezzante a chi pensa che metalcore sia necessariamente sinonimo di formule del tipo ‘strofa urlata/ritornello pulito’ o di reflussi djent, oltre che come un guanto di sfida lanciato a varie ‘new sensation’ a stelle e strisce, le quali – annebbiate come sono dall’uso di chitarre digitali, orchestrazioni e trucchi da studio – possono solo sognarsi un simile connubio di organicità e crudezza. Un flusso che un attimo prima ricerca nel caos e nella velocità la propria essenza, con un Murphy semplicemente invasato al microfono e un’intensità strumentale capace di scomodare gente come i Nails, e che un attimo dopo frana rovinosamente su se stesso, generando alcuni dei breakdown più terrificanti e punitivi uditi di recente (basti sentire quello di “Gaping Wounds of Earth”).
Quando poi la musica del quintetto valica la propria comfort zone, come nel caso di “Thaw”, “Hollow Urn” o della conclusiva “Leper”, brani in cui effettistica e rumorismo si fanno largo con decisione tra le maglie del guitar work e della sezione ritmica, la sensazione è definitivamente quella di obnubilamento e di fine – per l’appunto – di ogni sogno o speranza, proiettando “The Sin of Human Frailty” nell’elenco dei grandi album partoriti dal filone in questo 2023. Altro giro, altro centro, altra mazzata.
