6.0
- Band: ENDEZZMA
- Durata: 00:39:46
- Disponibile dal: 22/01/2020
- Etichetta:
- Dark Essence Records
- Distributore: Audioglobe
Gli Endezzma prendono vita ufficialmente nel 2005 sorgendo dalle ceneri dei Dim Nagel, fondati invece nel ’93 da Morten Shax (voce), e ora coadiuvato da una line-up stabile dal 2015 (che vede tra gli altri Malphas alla chitarra, già in Carpathian Forest, Bloodsworn e live session dei Krypt), che dunque ha potuto dare vita, in questa formazione, agli ultimi due lavori della band. “The Archer, Fjord And The Thunder” (da qui in poi “The Archer…”), è un disco che trasuda epica sin dalla sua (bella) copertina, e infatti non stupisce quanto questa sia la connotazione, pure, per il black metal suonato dalla band norvegese: parliamo di epica in senso stretto, i brani sono combattivi, esaltanti, corali. Dieci pezzi, contando anche le non indispensabili intro e outro, che viaggiano tra un black ben suonato e scritto, la cui fibra è classicamente heavy nella scrittura e nel mood, non mancando assoli e ritornelli.
Ci sono dei bei momenti nel corso del disco, specialmente per quanto riguarda lo sviluppo dei riff durante questo atipico concept che, più che di una storia, narra una tematica: le chitarre fanno un lavoro certosino per risultare riconoscibili e, come dicevamo sopra, non nascondono una verve classica nella propria base, rendendo tuttavia la componente black abbastanza inoffensiva. Non travisiamo: non mancano violenza e oscurità, ma in casa Endezzma si è optato per suonare più musicali che estremi, e se la cosa vada bene o meno lo lasciamo al lettore. Quel che conta è che, seppur non vi siano dei picchi così clamorosi, questo terzo lavoro dei norvegesi risulta dignitoso e composto professionalmente, e non mancano momenti piacevoli (la discreta titletrack o “The Name Of The Night Is A Strong Tower”).
Tutto bene, quindi? Non proprio; il disco, nei suoi quaranta minuti e a dispetto dei lati positivi, fallisce per quanto riguarda l’ascolto sulla lunga distanza, che al di là della varietà compositiva, finisce per tornare spesse volte sulle medesime soluzioni, risultando noiosetto già dopo pochi giri nel lettore; la produzione, un po’ piatta, non aiuta, tanto che il disco, seppur appunto ben congegnato a livello di composizione, sembra che suoni sempre della stessa intensità, risultando infine un’operazione in bilico tra luci e ombre. Un ascolto non indispensabile, diciamo.
