6.5
- Band: ENGEL
- Durata: 00:47:06
- Disponibile dal: 11/05/2018
- Etichetta:
- Gain Music Entertainment
- Distributore: Sony
Quinto disco sulla lunga distanza per la compagine svedese Engel, che non accenna a mutare il trend piuttosto regolare e scontato che gli scandinavi hanno intrapreso fin dal loro debutto “Absolute Design”, risalente ormai ad undici anni fa (2007). Niclas Engelin, dopo aver guidato per anni la band a cui ha quasi dato il suo nome, ha definitivamente preso il volo con gli In Flames, non risultando più fra i membri ufficiali degli Engel; nonostante ciò, resta la sua firma, anche su questo nuovo “Abandon All Hope”, in sede di supervisione artistica e songwriting, il che non fa cambiare per nulla le coordinate stilistiche dei Nostri: per la quinta volta, infatti, ci troviamo di fronte ad un platter formalmente riuscito, contenente brani perfetti a cavallo tra death metal melodico, modern metal, hard-rock e nu-metal, per un risultato quantomai accattivante e orecchiabile, molto più catchy addirittura di quanto fatto sentire dai succitati In Flames, padri putativi di questo progetto, nei lavori più recenti. Abbondano difatti, anche più del dovuto e di quanto già ci si aspettava, i richiami a Fridén e soci, a quelle sonorità che li hanno proiettati nell’Olimpo del metal moderno; ci riferiamo ad album quali “Come Clarity”, “A Sense Of Purpose” e “Sounds Of A Playground Fading”, che in “Abandon All Hope” vengono rivisitati a piene mani e rimodellati in tono più sfacciato e rock-oriented. Unite a queste indicazioni la nuova prestazione più che buona del vocalist Mikael Sehlin e avrete un’idea, assolutamente non lontana da quella che vi fareste leggendo una qualsiasi delle recensioni agli altri lavori del quartetto, di cosa aspettarvi dalla nuova opera targata Engel. Le composizioni del gruppo, sempre dotate di un supporto elettronico massiccio ma anche ben calibrato, si possono dividere in tre grandi insiemi: le semi-ballad vagamente più sdolcinate e melanconiche (“As I Fall”, il tremendo secondo singolo “Gallows Tree” e la title-track); i brani più classicamente dalla struttura modern/melodeath (ottimi esempi sono l’opener “The Darkest Void”, “The Legacy Of Nothing” e la potente “Death Reversed”); gli episodi in cui l’acceleratore è a tavoletta e la lezione di “Take This Life” viene ripetuta ad libitum (ascoltate “Buried” o la più ‘personale’ “Book Of Lies”). Insomma, nulla di nuovo sull’orizzonte Engeliano, un ennesimo platter che si fa ascoltare le sue tre-quattro volte e poi si lascia riporre tranquillamente, buonobuonino ed innocuo, nella cartella dei dischi ‘forse da comprare’. Certo che, invece di svanire alle loro spalle, il fantasma degli In Flames è sempre più incombente ad offuscare l’operato di questa formazione fin troppo longeva. A questo giro siamo un po’ meno generosi.
