6.5
- Band: ENIO NICOLINI AND THE OTRON
- Durata: 00:38:44
- Disponibile dal: 01/01/2025
- Etichetta:
- The Triad Records
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Siamo arrivati al terzo album per Enio Nicolini And The Otron, il progetto in cui l’ex membro di The Black e Unreal Terror porta avanti un suo discorso personale molto diverso da questi due gruppi di provenienza, più vicini ad ambienti heavy/doom. Il background legato al metal classico si nota, ma l’interesse principale è per le sperimentazioni: così come ci aveva già abituato con i precedenti “Cyberstorms” (2021) e “Hellish Mechanism” (2022), la proposta musicale del gruppo ricorda molto i Voivod post-“Nothingface” (vedi “Angel Rat” e “Outer Limits”), ma al posto di abbondanti dissonanze chitarristiche qui la sei corde non c’è proprio, con tutto il lavoro dei riff che viene infatti lasciato al basso. L’ottima produzione e i suoni scelti fanno sì che questa ‘mancanza’ non si noti più di tanto e che il risultato complessivo sia molto ben bilanciato, grazie anche ai synth che rendono il tutto più scorrevole.
Al posto di Luciano Palermi (voce storica degli Unreal Terror), dietro il microfono c’è Maurizio ‘Angus’ Bidoli, che chi segue il metal tricolore ricorderà senza dubbio per i romani Fingernails (a detta di chi scrive, punta di diamante del metal capitolino). Chi è abituato a sentire la sua voce abbinata al rock’n’roll motorheadiano si troverà inizialmente un po’ spaesato in mezzo a questo contesto, di più difficile catalogazione; ma piano piano che i brani scorrono risulta essere forse anche più azzeccata di quella di Palermi, in un sound più ‘roccioso’ che in passato.
A questo disco sicuro non manca la personalità: così come per gli altri lavori sopra menzionati, utilizzare il basso come strumento principale è una scelta non banale e che può avere dei riscontri positivi se questo strumento viene equalizzato bene e controbilanciato da altri elementi, come le tastiere ad esempio. Nel suo insieme, questo è un progetto capace di rendere giustizia agli anni di carriera di Nicolini e che vede sicuramente coinvolta gente più che competente nel suo lavoro (vedi appunto gli stessi Palermi e Bidoli).
Se guardiamo invece il lato compositivo, i brani qui presenti possono risultare spesso un po’ difficili da digerire, e si apprezzano meglio dopo qualche ascolto: i vari episodi, infatti, tendono spesso ad assomigliarsi l’un l’altro e a non essere particolarmente memorabili. Il risultato finale è un ‘blocco unico’ del quale all’ascoltatore potrebbe restare poco dopo ascolti non troppo attenti. Anche se il basso è l’elemento cardine, riescono meglio i pezzi in cui le tastiere – le quali ricordano molto le colonne sonore di John Carpenter – sono più presenti, come ad esempio “Cosmic Identity”, la quale mette in mostra un po’ più di melodia in più rispetto ad altre canzoni dell’album.
“Suitcase Man” nel complesso può insomma essere visto come un ritorno nel complesso valido per chi ha apprezzato i primi due capitoli della saga, mentre chi non ha mai trovato particolarmente interessanti questi ultimi, dovrà probabilmente passare oltre, vista l’impostazione rimasta immutata rispetto al passato.
