ENOCH – Sumerian Chants

Pubblicato il 19/06/2014 da
voto
7.0
  • Band: ENOCH (MI)
  • Durata: 00:43:50
  • Disponibile dal: 30/12/2013
  • Etichetta:
  • Satanath Records

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“Sumerian Chants” è il tipico disco che, con le modalità di fruizione moderna dell’arte musicale, simili a quelle di non-degustazione a un fast-food, finirebbe per essere cestinato tra le uscite noiose e trascurabili a metà della sua durata. Gli Enoch, i loro autori, non si spendono in grandi effetti speciali per ghermire in un amen l’ascoltatore e portarlo nelle proprie grazie. Richiedono che le proprie idee vadano assaporate in tutta calma, tendendo bene l’orecchio alla ricerca dei piccoli dettagli e collegandoli poi tra di loro, in una ideale caccia al tesoro, per rivelarci pienamente il disegno che sta alla base del disco. Come il titolo afferma stringatamente ed efficacemente, si celebra l’epopea sumera tra storia, mito, ancestrali leggende e spiritualità contorta. Il trio milanese, tra i precursori delle sonorità prettamente funeral doom con l’esordio “Enuma Elish La Nabu Shamu”, ci fa entrare in questo clima con elegante rispetto e devozione alla materia trattata, officiando riti antichi con tutto il pathos che solo i veri cultori di certi temi possono mettere in scena. La band persegue una narrazione compendiante tutto quello che può associarsi a oscurità e malefici, chiamando in causa bella gente del calibro di Celtic Frost, Darkthrone (a cui il disco è dedicato), recuperando a tratti la propulsione verso il repellente dei primi Death e innestandoci infine la cruenta decadenza del gothic/doom più estremo e le cateratte emotive di depressi professionisti come gli Worship. “The Tragic Defeat Of Our Entash (The Third Vision Of Assurbanipal, Last King Of Assyria)” e “Black Night Over Unfigured Distances” esplorano necropoli sumere in religiosa attesa che le presenze più inquietanti ivi presenti si manifestino compiutamente, si crea un’attesa piena di tensione e mistero, ingigantita da tastiere dal forte potere immaginifico, chiamate in causa per peripezie orchestrali dal sapore di soundtrack e delicati tocchi pianistici, a volte necessari a rompere la cappa di negatività creatasi, in altre occasioni annuncianti indicibili sofferenze di lì a poco a venire. Tocchiamo vette di pura epicità necrofila e spiritualità sconsacrata, convogliate a una dimensione meno astratta e votata a un black/thrash virato al doom in “The Sleepless King, A Curse On Uruk”, con queste tastiere altamente descrittive e incantatrici che ci inducono in tentazione, quella tentazione del male a cui il cantante Lorenzo sa portarci così vicino che il regno dei non morti ci sembra a un passo. Il singer usa un growl virato molto spesso sul puro recitativo, su sussurri e sospiri resi ancora più sinistri dal mixaggio che li pone al medesimo livello degli strumenti e non sopra di essi. L’abluzione nelle arcane notti mesopotamiche oscilla fra morboso attaccamento al crudo metal ottantiano, quando il black metal e il death metal erano appena stati canonizzati, e l’epicità pagana che ha fatto le fortune di Septic Flesh e Nile. Viene creato un mondo sonoro ben connotato e realistico nel riportare alla luce antiche pratiche devozionali: all’interno di questa mistica mortuaria così ben connotata  le regole sono sovvertite da pennellate di sentimento – “I Made An Angel Fall” – oppure da artigliate al torace come quelle di “The Land Of Enoch”, clamorosa nel riesumare tali e quali i fantastici disfacimenti della carne di “Leprosy”. Non tutto è perfetto, il disco soffre di una staticità di fondo della sezione ritmica che è superata in parte nella seconda metà, ma che non dà lo slancio necessario nelle parti più lente, zavorrandole leggermente quando avrebbero bisogno di esplodere in tutta la grandeur contenuta. I suoni sono un po’ chiusi, penalizzano l’ampiezza del riffing e lo fanno risuonare eccessivamente uniforme nei momenti più plumbei, e anche la batteria non ci scuote come dovrebbe. Oltre a questo, la cassa è alta e ogni tanto fastidiosa, fuori luogo. La qualità della release però è decisamente buona, i cultori di death/doom, funeral, o molto semplicemente della lentezza dall’impronta estrema, qua vanno sul sicuro.

TRACKLIST

  1. Call Me by My Dream Name
  2. The Tragic Defeat of Dur Entash (The Third Vision of Assurbanipal, Last King of Assyria)
  3. Black Night over Unfigured Distances
  4. Blood for the Blood God (And Skulls for the Skull Throne)
  5. The Sleepless King, a Curse on Uruk
  6. The Land of Enoch
  7. Pazuzu (Son of the King of the Evil Spirits)
  8. I Made an Angel Fall
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