ENSLAVED – E

Pubblicato il 03/10/2017 da
voto
8.5
  • Band: ENSLAVED
  • Durata: 00:49:48
  • Disponibile dal: 13/10/2017
  • Etichetta: Nuclear Blast
  • Distributore: Warner Bros

Che cosa significa oggi progresso? Cosa è considerabile tale e cosa non lo è? Se per progresso intendessimo necessariamente un moto continuo verso il futuro, abbattendo tutto ciò che rappresenta il passato, sarebbe sbagliato utilizzare questa parola in riferimento al nuovo disco degli Enslaved. Quello di cui dobbiamo parlare, semmai, è un utilizzo della tradizione per comprendere il mondo che ci circonda e la direzione verso cui stiamo andando: una parentesi obbligata che dobbiamo prenderci in questa introduzione, prima di arrivare ai pezzi veri e propri. “E” è la runa Ehwaz riferita al cavallo nella tradizione norvegese, che negli intenti di Ivar Bjørnson rappresenta l’evoluzione e il progresso tramite il contatto con la natura. È proprio con un nitrito, preceduto dal richiamo di un uomo, che i nostri aprono “Storm Son”, poco prima che il suo delicato arpeggio ricominci laddove “Daylight”, dal precedente “In Times”, era terminata. La sensazione che si ha immergendosi in questo mastodontico pezzo da dieci minuti, primo singolo presentatoci dalla band, è proprio di ricominciare da capo, ma con un qualcosa in più. “E”, a detta di Ivar, è un disco in cui ognuno vedrà e sentirà qualcosa di diverso, perché nasce esattamente con l’intento di spingerci a pensare e sognare, ma nonostante questo possiamo permetterci di tenere due punti fissi per comprendere meglio le sei canzoni che compongono il lavoro: il primo è considerarlo come una svolta nel percorso che ha portato fino a qui la band di Ivar Bjørnson e Grutle Kjellson, cioè l’analisi dell’individualismo e del sé tramite la mitologia cominciato con la modernizzazione del loro sound. Il secondo è l’innegabile influenza del progetto Skuggsjá, con il quale Ivar ha fuso black metal e ambient folk insieme a Einar Selvik dei Wardruna. Questo passaggio è fondamentale per comprendere come il musicista tenda in questo nuovo lavoro a riconsiderare il rapporto con l’altro, inteso sia come natura che come cooperazione tra le genti in favore di una crescita spirituale e non. “E”, infatti, è un disco dove alcune cose cambiano, dalle ospitate nelle ultime due canzoni alla presenza del giovane Håkon Vinje dietro a tastiera e clean vocals. A proposito di questo: non era facile da accettare l’idea che avremmo ascoltato qualcuno di diverso da Herbrand Larsen, ma il nuovo acquisto della formazione si dimostra una persona in grado di donare alla musica qualcosa in più, specialmente nei punti dove si lascia andare a delle sonorità prettamente settantiane come il bellissimo assolo di “Sacred Horse”, terzo pezzo del disco (e forse migliore in assoluto). Dunque, materialmente cosa è cambiato? Dal punto di vista musicale diremmo pressoché poco: non aspettatevi del folk metal, o uno spostamento troppo esagerato verso la musica dei Wardruna, perché la capacità del quintetto norvegese di dipingere atmosfere eteree utilizzando riff minimalisti e la voce al vetriolo di Grutle è rimasta invariata, come appunto se ci trovassimo di fronte a una continuazione di “In Times”. Noterete, però, come le canzoni che compongono “E” siano dense di cambi di tempo, variazioni di riff e altre sfumature che più del passato richiedono ripetuti ascolti per essere comprese del tutto: non si tratta, però, di essere cervellotici ed esageratamente tecnici, ma di essere psichedelici, di immergersi in qualcosa che fa parte di noi a un livello estremamente intimo. Dopo “Storm Son”, “The River’s Mouth” ci riporta nei territori più viking/black risalenti alle origini della band; la già sopracitata “Sacred Horse” è una vera e propria cavalcata tra atmosfere rock anni Settanta e metal estremo, mentre la tripletta finale costituita da “Axis Of The Worlds”, “Feathers Of Eohl” e “Hiindsiight” va ascoltata tutta d’un fiato, per entrare con la mente negli intenti della band. Sono soprattutto i cori, la chitarra acustica e le ospitate sulle ultime due canzoni (flauto, sassofono e il canto di Einar Selvik) a farla da padroni, rendendo le composizioni molto più che semplici canzoni scritte per un pubblico generico. “E” è un disco che ci spinge ad analizzarci interiormente e riscoprire il legame col mondo che ci circonda, utilizzando come chiave di lettura la mitologia norvegese. È impressionante leggere come nelle interviste Ivar parli tranquillamente nelle stesse frasi di Bathory e King Crimson, arrivando addirittura ai Pink Floyd. Forse anche questo dimostra un legame che è più che artistico: è spirituale. Un nodo che stringe la cultura nordica e la musica moderna, ritrovando nel più semplice dei riff la capacità di andare oltre il piano prettamente strumentale per raggiungere vette di lirismo altissime e di toccare corde recondite dell’animo umano. Ogni disco degli Enslaved è come un bagno in un fiume ghiacciato: ci si immerge, il freddo penetra nelle ossa causando quasi dolore, l’acqua passa tra i capelli e la pelle d’oca pervade tutto il corpo. Quando si esce e ci si scalda coprendosi, però, ci si sente rigenerati nel corpo e nello spirito. La sedicesima prova in studio della band è un disco che invita all’apertura e alla comprensione, un nuovo inizio che però non dimentica il passato individualista della loro musica, l’ennesimo capolavoro di una formazione arrivata ad esplorare territori che pochissimi altri si possono vantare di aver raggiunto nel corso degli anni.

TRACKLIST

  1. Storm Son
  2. The River's Mouth
  3. Sacred Horse
  4. Axis Of The Worlds
  5. Feathers Of Eolh
  6. Hiindsiight
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