8.0
- Band: ENTER SHIKARI
- Durata: 00:41:20
- Disponibile dal: 10/04/2026
- Etichetta:
- Ambush Reality
Dio salvi gli Enter Shikari. In un panorama musicale dove tutto gira intorno all’hype e ai suoi derivati algoritmici – streaming, views, like e follower – non capita spesso di vedere dischi uscire all’improvviso, senza mesi di anticipazioni, singoli e video a contorno.
Qualcuno potrebbe obiettare che anche questa è una strategia di marketing alternativa (qualcosa del genere fecero gli Avenged Sevenfold ai tempi di “The Stage”, restando nel mainstream) ma, conoscendo i personaggi, siamo forse più portati a credere a Rou Reynolds (cantante, frontman e mastermind della band) quando parla di una scelta finalizzata a far gustare l’album nella sua interezza.
Musicalmente, l’ottavo lavoro del quartetto di St. Albans – vent’anni dopo la storica data all’Astoria di Londra, uno dei rarissimi casi di sold-out all’epoca per una band senza contratto discografico e spinta solo dal passaparola su MySpace – è la più logica prosecuzione del precedente “A Kiss For The Whole World”, ma se possibile ancora più variegato e convincente nel mescolare electro-punk e trancecore (generi di riferimento fin dall’esordio) con una sensibilità da pop cantautorale accresciuta negli anni (con tanto di arrangiamenti orchestrali di una vera orchestra, dalle trombe ai violini) ed un melting pot di sonorità elettroniche a contorno (drum’n’bass, dupstep, jungle, trance).
La title-track posta in apertura ci accoglie con dei synth EDM in grado di riportarci alla scena elettronica inglese di fine anni Novanta, quando i vari Faithless, Underworld e Orbital dominavano club e classifiche: un attacco potentissimo, che in un solo brano mescola l’energia dei primi due dischi, l’impegno dei lavori di metà carriera (“A Flash Flood Of Colour”, “Mindsweep”) e l’eclettismo orchestrale di “Nothing Is True And Everything Is Possible”.
Più ordinario il pop trance-core di “Find The Hard Way”, che tuttavia suona come una sveglia dal punto di vista lirico, così come la sensibilità brit-pop (protagonista del periodo “The Spark”), rende “Demons” e “it’s OK” due piccoli gioiellini da gustare appieno con anche la parte lirica, lasciandosi rapire dalla voce melliflua di Rou Reynolds, con la poetica di un Bob Dylan contemporaneo e il cinismo disincantato di Danny Boyle.
Tra big beat e drum’n’bass c’è spazio ovviamente anche per le chitarre: “Dead In The Water” spazza via in un colpo solo il crabcore dei redivivi Attack Attack! mentre “The Flick Of The Switch I.” frulla riff, synth e linee vocali come sapevano fare solo The Prodigy e Chemical Brothers negli anni d’oro.
Tralasciando i pur gradevoli interludi (“I Can’t Keep My Hands Clean”, un breve loop electro-hardcore, e “The Flick Of A Switch II.”, reprise della prima parte), è viceversa d’obbligo citare il gran finale: “Shipwrecked!” getta le basi in un crescendo festaiolo degno di “Juggernauts” che carica a molla l’ascoltatore prima della trilogia di “Spaceship Earth”, in una sorta di anti-climax che ancora una volta rappresenta le diverse sfaccettature della band: la prima parte (“I. Avec Abandoned”) è quella più energica e casinista, giocandosi la palma di migliore del lotto insieme a “Lose Your Self”; la seconda (“II. Angoscioso”) rallenta un po’ il ritmo e punta più sull’elettronica, pur mantenendo un palpabile senso di urgenza; la terza (“III. Maestoso”), infine, è di fatto una coda orchestrale, che chiude con un messaggio di speranza.
Mentre molti colleghi inseguono il successo dei Bring Me The Horizon o mettono a libro paga il loro ex tastierista confidando nel suo tocco magico, gli Enter Shikari come sempre fanno reparto a sé stante, confermandosi tra i migliori interpreti della loro generazione.
Tony Blair, le Spice Girls e gli Oasis ormai sono in pensione e/o vivono di rendita, ma grazie a gruppi come i già citati BMTH o gli Enter Shikari lo slogan ‘Make Britannia Cool Again‘ è più che mai attuale, almeno nel rock/metal più mainstream.
