EPHEL DUATH – Hemmed by Light, Shaped by Darkness

Pubblicato il 03/12/2013 da
voto
7.5
  • Band: EPHEL DUATH
  • Durata: 00:51:53
  • Disponibile dal: 19/11/2013
  • Etichetta: Agonia Records
  • Distributore: Masterpiece

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Continua la parabola esplorativa del “nostro” Davide Tiso, ormai unico pilastro portante del nome Ephel Duath e ormai conclamato virtuoso della sei corde (sette per l’esattezza) a livello internazionale. Nonostante i cambi di lineup che hanno flaggellato la storia della band, di fatto facendola diventare un solo project coadiuvato dal session man pagati, Davide Tiso è riuscito a far rimanere il timone della sua barca sempre e inesorabilmente diritto e puntato verso un ignoto tanto inconoscibile quanto indispensabile, e a non perderne mai il controllo, evitando di insabbiarsi nell’ inattività o di finire lacerato da constrasti interni. Tutto ciò ha giovato non poco all musica degli Ephel Duath, ormai espressione di una sola mente a questo punto emancipatissima, che ha ampiamente dimostrato di non necessitare di alcun input creativo esterno, se non quelli dei session man pagati per seguire le direzioni di Tiso in persona. “Hemmed by Light, Shaped by Darkness” è proprio questo, l’espressione di una mente musicalmente e creativamente autoportante, completamente chiusa in sè, nel proprio aggrovigliato e labirintico mondo di disonnanze e sovrastrutture musicali e compositive. Stilisticamente, “Hemmed by Light, Shaped by Darkness” riprende il filo del precedente EP “On Death and Cosmos” e lo sviluppa ulteriormente, racchiudendolo in una architettura di neo-prog metal dissonante e angolare quasi inestricabile, sigillando l’estetica di quel lavoro in una introversione e in un ermetismo ancora più accentuati, quasi isolazionisti. Difficile discernere una traccia dall’altra in questo lavoro, visto che la musica si dispiega con fare perpetuo, fluidifcandosi senza sosta in continui ed autoreplicanti gorghi e vortici di riff circolari e ipnotici e grovigli di dissonanze jazzate che sembrano non trovare mai nè inizio nè fine. Il lavoro, se preso traccia per traccia, appare indescrivibile poichè le canzoni non sono abbastanza diversificate tra loro da poter essere descritte individualmente e, allo stesso tempo, oltre ad essere esse stesse sovrastrutturate al loro interno, sono quasi del tutto indecifrabili se non prese come parte costituente di un “tutto” che si svela in ultima istanza solo alla fine. Non si nota alcuna transizione da una canzone e l’altra e singoli momenti di alcune di esse sembrano riapparire in altri luoghi del disco, materializzando una sorta di ambigua ciclicità. Il lavoro infatti è incredibilmente ramificato e labirintico. A tratti appare surreale e paradossale. Si ha l’impressione di vagare in circolo, di essere tornati in luoghi già visitati in precedenza ma ora diversi. Il disco davvero gioca con la percezione, creando un prisma di riflessioni che deflettono il suono in mille direzioni diverse, creando disorientamento e un perenne senso di immersione e smarrimento. Questa è dunque un’opera che trova nella chitarra il suo motus espressivo al proprio centro, come proprio vertice piramidale, come motore di inneffabile ordine e incontrovertibilie identità. Il secondo aspetto maggiormente curato dell’opera sembra essere l’operato implacabile e iper-espressivo di Marco Minneman dietro le pelli, il quale ha iniettato il disco di una propulsione e di una energia cinetica debordante. Terzo aspetto da sottolineare è il lavoro svolto in cabina di regia da Erik Rutan. L’album infatti appare quasi “cinematografico”, tanto il suono è strutturato e avvolgente, quasi fosse lo score di un film surrealista. La performance di Karyn Crisis dietro al microfono infine è di quelle che suscitano sentori di implacabile dualismo. Da un lato la sua verve e schiettezza di chiarissima discendenza hardcore hanno donato una onestà e una umiltà al lavoro che, vista la pomposità a volte troppo iperstrutturata e magniloquente della musica, appaiono come indispensabile contropeso ad un lavoro che altrimenti risulterebbe quasi del tutto assente di una vera sfera umana. Dall’altro, non possiamo smettere di fantasticare e giocare nelle nostre teste nell’ascoltare la sublime fattura della musica, con il pensiero di cosa sarebbe potuto essere questo lavoro se dietro a microfono ci fosse stato un vocalist di vera estrazione estrema, proveniente dal black metal, dall’avanguardia o da altri angoli oscuri dell’extreme metal. Sarebbe stato un monolite di oscurissimo, contortissimo e surreale neo-prog. Altro aspetto inerente alle voci è che secondo noi la loro onnipresenza non era necessaria. Non c’è alcun motivo per il quale queste debbano essere, come in effetti sono, disseminate incessantemente in ogni angolo del disco, e soprattuto forzatamente presenti in momenti in cui l’impianto strumentale avrebbe veramente avuto bisogno di respirare e deflagare in dei climax strumentali stupendi, che sono solo accennati ma mai portati a termine. Ultima menzione va fatta all’assolo di chitarra in “Within This Soil”: un qualcosa di incredibile, che solo i guitar wizard veri – come Tiso appunto – possono arrogarsi il diritto di proporre e che è stato in grado di riunire sotto lo stesso tetto David Gilmour, Trey Azagthoth e Pat Metheny.

TRACKLIST

  1. Feathers Under My Skin
  2. Tracing The Path Of Blood
  3. When Mind Escapes Flesh
  4. Within This Soil
  5. Those Gates To Nothing
  6. Through Flames I Shield
  7. Hemmed By Light
  8. Shaped by Darkness
1 commento
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