9.0
- Band: EPHEL DUATH
- Durata: 00:40:00
- Disponibile dal: 21/05/2003
- Etichetta:
- Earache
- Distributore: Spin-go
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E’ pratica diffusa presso certa stampa italiana sotterrare la necessaria obbiettività sotto montagne di lodi quando si tratta di recensire lavori che agli occhi del “metallaro” possono apparire inconsueti. Accade così che dischi poco più che sufficienti come, un esempio per tutti, il nuovo Yakuza siano posti allo stesso livello di lavori altrettanto complessi ma infinitamente più meritevoli. Mi auguro con tutto il cuore che questo “The Painter’s Palette” dei veneti Ephel Duath non venga ascritto alla macro categoria dei dischi dei quali si sa solo che sono “geniali e strampalati”, perché sarebbe un peccato mortale. Nati e cresciuti come formazione di black sinfonico orgogliosamente sui generis, i nostri hanno coraggiosamente saltato lo steccato del metal estremo per planare con grazia sorprendente su una tela che accoglie colori e sensazioni spesso contrastanti ma accomunate dall’appartenenza a quell’ansa dell’animo che solo i grandi pittori sanno ricreare sulla tavolozza. Un disco splendidamente evocativo questo “The Painter’s Palette” che, per espressa volontà degli autori, si stende di fronte all’ascoltatore con la potenza e la grazia dell’espressione visiva, presentandoci brani che alternano la sfumatura al contrasto, il grigio latteo al porpora. Storditi dal barrito della tromba che irrompe a pochi secondi dall’apertura del disco, siamo pronti ad addentrarci nelle ritmiche nervose e smaccatamente jazz, nelle strutture diagonali, nell’intima ed “umana” disperazione dei testi di Davide che costruiscono sul vuoto cosmico un disco che, come le stanze di Escher, sembra non aver ragione di stare in piedi. Eppure bastano due voci, una quasi consolatoria, l’altra irrimediabilmente acida a rendere lampanti la sincerità e l’incontaminato bisogno di esprimersi di un’entità che, miglia lontana dalla “necessità” di sperimentare, ha partorito un manifesto di non-appartenenza di annichilente efficacia e di commuovente profondità. In barba a chi crede il contrario, gli Ephel Duath non sono “avanti”, sono dentro.
