7.0
- Band: ERASER
- Durata: 00:27:43
- Disponibile dal: 30/09/2024
- Etichetta:
- Rødel Records
Il secondo album degli Eraser, “Harmony Dies”, prova a catapultarci direttamente nella scena grindcore di fine anni Ottanta, con un sound che rende omaggio ai pionieri del genere, mantenendo costantemente una coerenza stilistica che lo identifica subito come un classico lavoro per veri appassionati. Il gruppo palermitano, in cui milita il bassista Anselmo Calaciura, già noto per le sue esperienze in band come Ireful e Spasticus, ha sicuramente studiato bene la materia di partenza ed è riuscito ad affinare ulteriormente quanto espresso sul divertente debut “Mutual Overkill Deterrence” (2020).
“Harmony Dies” colpisce innanzitutto per la sua autenticità, elemento da non sottovalutare in un genere che esalta soprattutto quando riesce a trasmettere vero attaccamento alla causa. Le influenze di band storiche come Repulsion e Terrorizer si avvertono immediatamente: la struttura dei brani, essenziale e diretta, fa affidamento sulle tipiche ritmiche tesissime e su un riffing di chitarra ossessivo che riprende soprattutto la lezione di Jesse Pintado e Oscar Garcia. Gli Eraser riescono a ricreare molto bene quell’atmosfera caustica e senza compromessi che caratterizzava i dischi del grindcore primigenio, tanto che la calda resa sonora, sotto cui si sviluppano trame serratissime e i puntuali slittamenti mosh, porta subito a immaginare i cosiddetti anni d’oro del genere e la spontaneità che li caratterizzava. Ciò che colpisce particolarmente dell’album è in effetti la sua fedeltà al suono old school, a partire da una produzione grezza e al contempo chiara, con soluzioni che, pur mantenendo la ruvidità tipica del genere, permettono di apprezzare ogni strumento.
Non mancano momenti in cui gli Eraser sembrano accostarsi a sonorità più vicine al death metal, evocando paragoni con band volgarissime come i primi Pungent Stench. Tuttavia, questi spunti restano marginali, con il cuore dell’opera che rimane saldamente ancorato al grindcore tardo ottantiano, soprattutto di scuola statunitense. In un certo senso, si può dire che la forza di “Harmony Dies” risieda proprio nella sua consapevolezza dei limiti del filone preso in considerazione e nella sua capacità di muoversi all’interno di essi con competenza e passione.
Non ci sono brani particolarmente memorabili o che spiccano sugli altri (nonostante episodi come “Atomic Oblivion”, “Atavistic Hunger” o la title-track siano indubbiamente delle frustate subito coinvolgenti): l’album funziona meglio se ascoltato nella sua interezza, come un flusso ininterrotto di oltranzismo. È chiaro anche su questo fronte che l’intento del gruppo non sia quello di sorprendere o innovare, ma piuttosto di rendere omaggio a un’epoca e a un sound che ha fatto la storia dell’estremo. Quasi superfluo quindi sottolineare come “Harmony Dies” si configuri come un disco che farà felici gli amanti del grindcore vecchio stampo e tutti coloro in cerca di una dose di caos controllato e fedeltà alla linea.
