7.5
- Band: ERBEET AZHAK
- Durata: 00:44:53
- Disponibile dal: 07/03/2026
- Etichetta:
- Amor Fati Productions
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Ci troviamo oggi al cospetto degli Erbeet Azhak, misteriosa one-man band che giunge al debutto discografico sotto l’egida di Amor Fati Productions, label non di primo pelo e particolarmente prolifica in questo primo spaccato del 2026, con numerose uscite degne di nota nel primo trimestre annuale come i Vorago o i Necropolissebeht, recensiti su queste stesse pagine poco tempo fa.
Dietro questo bizzarro moniker, si cela in realtà il nome piuttosto conosciuto di Corvus Von Burtle, musicista belga salito agli onori della cronaca con diversi progetti interessanti, tra cui su tutti i Cult Of Erinyes ed i Wolvennest, realtà sperimentali di cui il musicista in questione ha rappresentato il motore compositivo principale sin dagli esordi.
Parlavamo di sperimentazione appunto, un termine che si pone in netto contrasto con i nuovi Erbeet Azhak, che vanno invece a recuperare lo spirito primigenio del black metal più puro ed incontaminato, ponendosi quindi in aperta opposizione allo stile per cui questo artista è conosciuto ai più nel mondo dell’underground.
“Only The Vile Will Remain”, infatti, elimina orpelli palliativi in favore di un approccio grezzo e ferale, pensato per distinguersi dal passato del suo creatore principale in termini di violenza diretta ed aggressività, recuperando un alone di perdizione che emerge da subito fin dall’introduttiva “Mother Of Serpents” ed i suoi richiami ancestrali, e sviluppandosi poi concretamente in “The Weakness Of Our Circle” e “The Wings Of Liberation”, primi assalti veri e propri del disco.
Il suono di questi brani, agghiacciante ed indomito, richiama prepotentemente l’operato dei Watain, a cui si avvicina in realtà anche la capacità di creare della musica d’impatto ma profonda, giocata su dinamiche e velocità differenti e segnata da un utilizzo degli strumenti non per forza monotematico.
C’è molta sapienza infatti nell’alternarsi di midtempo e parti sostenute, mentre l’incastro di chitarra ritmica e solista sempre diverse crea un alone caotico ed ipnotico, su cui si staglia la voce sgraziata di Corvus. “Lecherous Angel” aggiunge alla formula una malsana psicotica, altro elemento essenziale per un lavoro di black metal ortodosso, mentre “Death To The Self” segna i migliori passaggi di chitarra solista di S. Iblis, ‘preso in prestito’ dai conterranei Possession e capace di regalare una prestazione sopra le righe a questo e agli altri episodi del full.
La successiva title-track, “Erbeet Azhak” e “Unworthy But Lucid” sono tutte incentrate su tempi cadenzati e mortiferi, ma ognuna di essere riesce a prendere pieghe inattese grazie a velocità, cattiveria o potenza, mostrando sviluppi in parte prevedibili, ma certo non noiosi. Conclude il percorso “The Inner Circle”, brano più lungo e lievemente più vario dove rispetto all’atmosferica statica respirata fino ad ora, emerge la volontà di spezzare il ritmo con alcuni passaggi meno pesanti e la solita chitarra lead a creare scenari vampireschi da mettere i brividi.
“Only The Vile Will Remain” giunge quindi al termine dopo una vorticosa discesa infernale, dinamica nei suoi singoli elementi ma certamente poco incline al cambiamento e alla sperimentazione su lungo raggio.
In questo lavoro, più che creare, Corvus si è impegnato a celebrare un certo approccio al black metal old-school, secondo un esercizio di stile che alcuni potranno trovare poco innovativo, ma che rispetta in realtà i parametri richiesti ad un lavoro che si rispetti di questo tipo: oscurità, passione e nera devozione hanno regnato ancora una volta, e tanto basta a promuovere con entusiasmo questo tentativo di approccio alle origini da parte di un musicista solitamente associato a sonorità ben diverse.
