EVEREVE – Seasons

Pubblicato il 01/11/2011 da
voto
8.5
  • Band: EVEREVE
  • Durata: 00:55:08
  • Disponibile dal: 03/06/1996
  • Etichetta: Nuclear Blast
  • Distributore: Audioglobe

Molto prima che diventasse quasi esclusivamente sinonimo di squallide voci femminili e di bramosie da classifica, il cosiddetto gothic metal era un genere integro e costantemente in movimento. Dopo l’esplosione dei Paradise Lost e dei Type O Negative agli inizi degli anni ’90, furono in molti a imbracciare gli strumenti e a cercare di dar vita a un sound capace di sposare le asprezze del metal estremo con atmosfere plumbee o sonorità derivate dal doom o dalla dark-wave britannica del decennio precedente. Certo, non sempre queste band brillavano per originalità o potevano essere effettivamente messe sullo stesso piano degli autori di un “Icon” o un “Bloody Kisses”, tuttavia, soprattutto in nordeuropa, si sviluppò in breve tempo una scena piuttosto competitiva, che viveva di realtà preparate e ricche di entusiasmo. Cemetary, Darkseed, The Blood Divine o Crematory nacquero più o meno tutte in questo periodo, così come gli Evereve di Amburgo, Germania. Proprio questi ultimi, nel 1996, si resero protagonisti di uno degli ultimi veri colpi di coda del genere, prima che questo sprofondasse di lì a pochi anni in un vortice di volgarità e piattezza (al quale gli stessi Evereve ironicamente contribuirono con parte della loro successiva produzione). “Seasons”, un concept album sulle stagioni e su come essa influenzino la mente e l’animo umani, è il classico disco di debutto di una band giovane ed entusiasta: è stato scritto in un lungo lasso di tempo e vi è tanta, forse anche troppa carne al fuoco nei suoi solchi. Lo sviluppo delle tracce non sempre è logico, certi cambi di registro possono apparire un po’ azzardati e, in generale, è evidente come i ragazzi siano così ingenui da sentire l’esigenza di mettere in mostra tutto il loro bagaglio di influenze – costi quel che costi; cosa che appunto li porta a costruire brani che di certo non peccano di scarsa varietà o di una profondità di suoni limitata. Ciò che “salva” gli Evereve, e che, anzi, riesce a sollevarli ben al di sopra di gran parte dei loro colleghi del periodo, è l’avere fra le proprie fila un cantante come Tom Sedotschenko, ragazzo intimamente tormentato (purtroppo si suiciderà pochi anni dopo), ma dotato di una voce assolutamente personale e versatile, che, assieme al dinamico drumming di Marc Werner, riesce ad ammansire e a rendere fluide tutte le suddette variazioni. Il frontman è in grado infatti di coprire con abilità qualsiasi stile – pulito, growling, screaming – soffermandosi a volte anche su tonalità intermedie o aggiungendo sussurri, parlati e tutta una lunga serie di altre risorse che rendono l’analisi della sua interpretazione un’esperienza quasi slegata dall’ascolto dell’album. Il suo approccio appare così spontaneo e sicuro che a tratti si ha quasi l’impressione che la musica sia stata composta attorno alla voce, e non viceversa. Tuttavia, sarebbe altresì un errore sottovalutare il valore dell’apparato sonoro allestito dai suoi compagni, che qui come songwriter raggiungono vette di personlità che purtroppo non riusciranno quasi mai più a lambire in futuro. La musica è un amalgama a base di gothic metal alla Anathema e Paradise Lost del periodo, sferzate black-death, accenni wave e piccoli omaggi alla psichedelia dei Pink Floyd, prevalentemente giocata su un grande lavoro di tastiere e su una tessitura ritmica che – proprio come la voce – si muove in più direzioni, seguendo con efficacia ogni passaggio. E’ però bene precisare che tali mutamenti non intaccano mai l’atmosfera che avvolge il lavoro: le ritmiche si velocizzano o rallentano, la voce o il guitar-work si trasformano, ma i toni generali rimangono perennemente tragici. Non vi è un pezzo che non sia pennellato di umori dolenti e il fatto che ognuno di essi sia minuziosamente legato al precedente porta presto a vedere il lavoro come un unico grande sfogo, conseguenza di una ricerca interiore che ha scoperto un disagio che ora non concede pace. Come accennato, forse non tutte le canzoni presentano parti esattamente irrinunciabili, ma i pregi di “Seasons” risiedono comunque altrove: nella sua istintività, nella sua freschezza, nella sua capacità di sorprendere ad ogni ascolto. E di emozionare come ormai accade di rado.

TRACKLIST

  1. Prologue - The Bride Wears Black
  2. A New Winter
  3. The Phoenix Spring
  4. The Dancer - Under A Summer Sky
  5. Twilight
  6. Autumn Leaves
  7. Untergehen Und Auferstehen
  8. To Learn Silent Oblivion
  9. A Winternight Depression
  10. Epilogue
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