EVERGREY – Architects Of The New Wave

Pubblicato il 02/06/2026 da
voto
7.5
  • Band: EVERGREY
  • Durata: 00:53:16
  • Disponibile dal: 05/06/2026
  • Etichetta:
  • Napalm Records
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Sono trascorsi appena due anni dalla pubblicazione dell’ottimo “Theories Of Emptiness”, ma qualcosa è cambiato, a seguito della separazione con il chitarrista Henrik Danhage, perciò per questo nuovo album, “Architects Of The New Wave”, gli Evergrey si ritrovano ad essere un quartetto.
In realtà, è già stato individuato il sostituto di Danhage in Stephen Platt (Scar Simmetry), ma il nuovo arrivato non era ancora disponibile al momento delle registrazioni del disco, perciò tutti gli assoli sono stati curati da Tom Englund e da Johan Niemann: quest’ultimo, com’è noto, è in realtà il bassista del gruppo, ma in effetti a nostro parere se l’è cavata egregiamente anche per questo insolito ruolo con le sei corde.

Non è questa però l’unica novità: tralasciando la breve intro parlata “Welcome To The Pattern”, le prime tracce, “The Shadow Self” e la title-track sembrano bene o male inserirsi a livello stilistico sulla scia dei precedenti dischi. Su “The World Is On Fire” ritroviamo però delle sonorità più morbide e ariose, che si riveleranno essere una costante nel resto della tracklist.
Non che gli Evergrey non suonino più metal: riff duri e una ritmica potente sono sempre presenti nel sound della band svedese, però allo stesso tempo siamo ben lontani dallo stile oscuro e aggressivo di un disco come “A Heartless Portrait (The Orphean Testament)” e persino dello stesso e più recente “Theories Of Emptiness”.
La maggior parte delle tracce sono dunque pur sempre caratterizzate da suoni decisi e cariche di grinta, ma il sound è più arioso e armonioso: ciò è in linea anche con le liriche di Englund, che lasciano da parte testi cupi e malinconici per far posto più che mai a messaggi positivi e pieni di speranza – emblematico, in questo senso, un verso di “The Prophecy”, “And the scars I used to hide now tell a tale of light” (“Le cicatrici che un tempo nascondevo ora raccontano una storia di luce”).
Proprio questa è la sensazione che abbiamo ascoltando l’album, questa voglia di guardare al futuro con speranza, di riempire nuovamente la propria esistenza e la propria vita lasciando indietro il vuoto per fare spazio a sensazioni positive: non a caso, la parola “emptiness” è una delle più ricorrenti in questi testi e proprio una delle tracce più rappresentative dell’album s’intitola “Leaving The Emptiness”.

Fatte queste precisazioni, non significa che lo stile degli Evergrey sia stato stravolto, però c’è in qualche modo qualche segnale di cambiamento rispetto agli ultimi quattro-cinque album, dove si assisteva a una ripetizione di schemi consolidati pressochè continua. Anche a livello vocale, Englund prova di tanto in tanto qualche soluzione nuova, ad esempio spostandosi di qualche ottava più in basso (“Heaven”) o accennando un approccio quasi pop punk in qualche passaggio di “Chains Of Shame”. Apprezzabile poi il duetto con Mikael Stanne dei Dark Tranquillity in “A Burning Flame”.
Quello che ci convince meno del disco è forse l’eccessiva presenza di midtempo – praticamente in quasi tutta la parte centrale – a cui aggiungeremmo anche la conclusiva “The Prophecy”: potenzialmente, a parte qualche traccia un po’ più sottotono, le canzoni non sono da meno rispetto a “Theories Of Emptiness”, però evidentemente, almeno a nostro parere, alcune scelte in termini di arrangiamenti finiscono in qualche caso per non valorizzarle al meglio.
Si assiste anche a qualche novità a livello di produzione, perchè stavolta Englund si è fatto affiancare da Vikram Shankar (tastierista e suo compagno di band nei Redemption), ma possiamo dire che il livello resta sempre molto alto e perfettamente in linea con le ultime uscite.

In conclusione, riteniamo positivo il fatto che gli Evergrey con questo disco cerchino di uscire un minimo dalle proprie zone di comfort, pur mantenendosi tutto sommato in linea con la loro storia e il proprio stile ma soprattutto realizzando ancora una volta un full-length di alto livello e ricco di bellissime canzoni.
Allo stesso tempo, com’è naturale, il fatto che siano usciti fuori da schemi fin troppo consolidati li porta un attimo a dover ancora calibrare e assestare qualcosa e forse, prendendosi un po’ di tempo in più e magari aspettando il nuovo chitarrista, si sarebbe già potuto ottenere anche questo risultato.

TRACKLIST

  1. Welcome To The Pattern
  2. The Shadow Self
  3. Architects Of The New Weave
  4. The World Is On Fire
  5. Heaven
  6. The Script
  7. Leaving The Emptiness
  8. Longing
  9. A Burning Flame
  10. Call Off Your Lions
  11. Chains Of Shame
  12. The Prophecy
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