EXODUS – Goliath

Pubblicato il 15/03/2026 da
voto
7.0
  • Band: EXODUS
  • Durata: 00:54:09
  • Disponibile dal: 20/03/2026
  • Etichetta:
  • Napalm Records

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La seconda vita degli Exodus – giunta ormai all’invidiabile traguardo dei venticinque anni e quindi assai più lunga della prima era della formazione – è vissuta complessivamente in gloria, consolidando anno dopo anno e disco dopo disco la rinnovata vitalità degli uomini di Gary Holt e Tom Hunting.
All’insegna del dualismo vocale tra Steve ‘Zetro’ Souza e Rob Dukes, alternatisi dietro il microfono senza per questo creare pericolosi scossoni stilistici o nella tenuta della line-up, i californiani non hanno mai tradito le aspettative dei fan: il thrash marchiato Exodus degli anni 2000 è riuscito a mantenere coerenza e aggancio ai dettami del passato, riuscendo tuttavia a mostrarsi come un aggiornamento del thrash metal delle origini.
Una musica, quella degli ultimi lavori, cupa, pesante, tetragona e dalle tonalità più ribassate di quelle maggiormente dinamiche e frizzanti elaborate tra il leggendario e insuperato esordio “Bonded By Blood” e l’epitaffio (temporaneo) di “Force Of Habit”.
Una miscela di thrash vecchio stampo, groove e toni grevi che ha funzionato benissimo da “Tempo Of The Damned” fino all’ultimo “Persona Non Grata”, lasciando sempre la sensazione di avere di fronte un gruppo sicuro, carismatico, presente a se stesso e mai incline a bizzarrie o sperimentazioni che potessero annacquarne la ferrea identità.
“Goliath” segna il ritorno dietro il microfono di Rob Dukes, dopo che il buon Souza è stato estromesso dalla line-up con la tipica freddezza e asetticità di una multinazionale, nel segno di una logica aziendalista che viene spesso al primo posto per band di questa taglia.

Se – comprensibilmente – “Persona Non Grata” vi avesse in parte fatto arricciare il naso per via di una prestazione di Souza effettivamente un po’ affannata, sarete soddisfatti del rientro di Dukes dietro il microfono.
Il minaccioso cantante, già frontman tra il 2005 e il 2014, si riprende infatti il ruolo con la sua tipica, ignorante, sfrontatezza, non lesinando in aggressività hardcore e cattiveria, andando a colmare quei deficit di potenza che Souza non era più in grado di garantire. Certo, l’espressività e la capacità di assecondare, con cambi di tonalità, le differenti sfumature delle canzoni non è e non sarà mai nel bagaglio tecnico di questo musicista, e quindi non è possibile chiedergli altro, oltre a quello che già si sapeva potesse esprimere.
D’altronde, il cuore sonoro degli Exodus, tolto “Bonded By Blood” e la mitologica prestazione di Baloff, è quasi sempre stato relativamente indipendente e più importante di chi cantasse, essendo lo straordinario riff-making di Gary Holt a fare il bello e il cattivo tempo lungo l’intero corso delle canzoni, assieme a un’ispirazione solista mai anonima. In questo senso, la coppia Holt-Altus persiste nell’essere l’architrave della band, assieme al drumming spietato e rigoroso di Hunting.
La scelta dei singoli – il nerboruto ma solo discreto pezzo di apertura “3111” e la più sperimentale, incerta e un po’ confusa title-track – avevano portato qualche perplessità nella fanbase: possiamo però affermare che “3111” e “Goliath”, per fortuna, non sono paradigmatiche della qualità del disco nella sua interezza, mentre possono essere prese ad esempio di un relativo camaleontismo della band in questa sede, con risultati in effetti altalenanti.

Su un modo di operare, diciamo così, ‘classico’, la leggenda della Bay Area si dimostra ancora efficace e spietata, mettendo in fila buone episodi all’altezza della propria fama durante “Hostis Humani Generis”, “Beyond The Event Horizon”, “The Dirtiest Of The Dozen”. Composizioni sferzanti, dotate di buoni riff, una dinamica che ne mantiene alta la pericolosità per tutta la durata e degli strappi veramente micidiali, come ci attenderemmo da Holt e compagni.
Funzionano abbastanza bene, anche se sono meno scintillanti, le canzoni dal taglio groovy e con qualche sostanziosa apertura melodica: “The Changing Me” picchia duro nelle strofe, esaltando la dimensione rissosa di Duke, mentre il ritornello pulito allenta eccessivamente la tensione. “Promise To You”, nella sua relativa leggerezza e orecchiabilità, scorre meglio dall’inizio alla fine, segnalando doti da singolo, anche se a tratti perde le inconfondibili stimmate-Exodus, suonando come qualcosa di ben più addomesticato.

Nella sua globalità, “Goliath” non regge il confronto né con le uscite appena precedenti, né con il miglior materiale prodotto con Dukes alla voce, ma non presenta nemmeno sbandate clamorose: vero, il songwriting ha minore continuità, non tutti i brani sono devastanti e intensi come si ci aspetterebbe. Il quintetto paga forse la voglia di aprirsi a qualche leggera contaminazione e ampliare moderatamente il proprio raggio d’azione, esplorando territori che gli sono solo parzialmente congegnali.
Ciò per conto nostro non è una tragedia: tolta la discutibile title-track il disco alterna buoni momenti, altri più interlocutori, ma non deraglia. Ci sono alti e bassi, coi primi non così memorabili e i secondi comunque accettabili. I grandi dischi degli Exodus sono altri, quest’ultimo rimane in ogni caso un solido tassello della loro storia, seppure con una serie di piccoli difetti a minarne la riuscita complessiva.

 

TRACKLIST

  1. 3111
  2. Hostis Humani Generis
  3. The Changing Me
  4. Promise You This
  5. Goliath
  6. Beyond The Event Horizon
  7. 2 Minutes Hate
  8. Violence Works
  9. Summon Of The God Unknown
  10. The Dirtiest Of The Dozen
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