7.0
- Band: EXTERMINAS
- Durata: 00:40:07
- Disponibile dal: 11/11/2015
- Etichetta:
- Satanath Records
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La recensione dell’album degli Exterminas può iniziare, probabilmente, con una provocazione: che cos’è, veramente, il black metal? Non possiamo certo disquisirne estesamente qui; servirebbero centinaia di pagine senza peraltro raggiungere una risposta univoca. Ma se, in barba agli onanisti che devono necessariamente apporre etichette e sottoetichette, ciò che conta è in primis l’attitudine, ecco: “Dichotomy”, nuovo album della band trevigiana, è totalmente black metal. La premessa era necessaria, poiché parallelamente a un’estetica che non lascia dubbi, da coerenti occultisti completi di corpsepaint, e a un muro di suono degno delle più classiche produzioni scandinave, questo malvagio quintetto mette sul piatto in grandissima percentuale commistioni death, soprattutto nel cantato (di grande intensità), che riportano alla memoria dell’ascoltatore i Morbid Angel di “Covenant” o i Benediction, che comunque non pensiamo possano passare come paragoni disdicevoli. I riff sono serrati, con frequenti uptempo, e supportati da un lavoro di batteria che, a sua volta, riporta certo più alla mente riferimenti brutal, se non altro per l’ottima resa tecnica e i cadenzati cambi di ritmo, che molto offrono in termini di conquista dell’ascoltatore. Sicuramente fa molto, nel riportare in terra di canonico satanismo sonoro, la produzione delle chitarre: si ascolti, come ottimo esempio, “In Apotheosis Of Pandemonium” per capire come l’effetto zanzara, cifra di un intero mondo musicale, possa essere riproposto in maniera moderna e intelligente. Altri brani meritano menzione, per esempio “Upheaval Seems Anathema”, pezzo di tutto rispetto, che esacerba ancora più le velocissime ritmiche, così come la sensazione che gli Exterminas, tutto sommato, guardino più alla storia della Florida che non a quella norvegese. E soprattutto “Collapse Into Time”, il pezzo più bello ed energico, che si apre su un fraseggio tra chitarre serratissime e una batteria che ha cadenze classicissime: anche qui, per scrive, la sensazione che un noto riff del 1991 sia stato ripreso, almeno a livello emotivo, e ben riarrangiato ha fatto capolino; e il resto del brano, sempre bilanciato tra le diverse componenti espressive, riesce a portare l’ascoltatore in un maelström vorticoso e avvolgente con particolari concessioni a un cantato quasi groove nel bridge. Buon lavoro, onesto, brutale, decisamente nero.
