7.0
- Band: EXTINCTION OF MANKIND
- Durata: 00:32:47
- Disponibile dal: 13/06/2026
- Etichetta:
- 783 Punx
Ci sono gruppi che attraversano i decenni senza inseguire l’evoluzione a tutti i costi, preferendo piuttosto custodire un’identità costruita sul peso delle proprie convinzioni. Gli Extinction Of Mankind appartengono a questa categoria: una band che affonda le radici nella Manchester operaia, quella delle fabbriche, dei capannoni, delle periferie e delle cicatrici lasciate dalla deindustrializzazione, trasformando quel paesaggio umano in un linguaggio sonoro ruvido e senza compromessi. Per questo motivo ogni loro ritorno assume un significato particolare: “Slaves to No One” arriva infatti a quasi dieci anni da “Storm of Resentment”, dopo un lungo periodo in cui il gruppo sembrava destinato a vivere soprattutto attraverso sporadiche apparizioni dal vivo, e riafferma la volontà di restare fedele a un’idea di (crust) metalpunk che continua a respirare la stessa aria pesante delle origini.
Chi si aspetta una prosecuzione del precedente – e fortunato – album, però, potrebbe restare sorpreso: “Storm of Resentment” rappresentava infatti uno dei lavori più sfaccettati della carriera del quartetto, capace di alternare aggressione e atmosfere plumbee attraverso riff particolarmente curati e strutture meno prevedibili del solito. Qui Ste, Scoot e compagni imboccano invece la strada opposta, scegliendo di eliminare quasi ogni orpello per riscoprire un linguaggio più diretto, immediato e primitivo. L’impressione è quella di una band che torna metaforicamente in fabbrica, abbandonando ogni rifinitura per concentrarsi sull’essenziale: colpi secchi, ritmiche semplici e brani costruiti per arrivare al punto senza deviazioni.
L’ombra dei primi Amebix domina gran parte della scaletta, insieme a tutto quel patrimonio stenchcore britannico che gli Extinction Of Mankind hanno contribuito a mantenere vivo negli anni. Il tutto, come al solito, viene poi filtrato da una produzione robusta e metallica, che conferisce ai pezzi un impatto più massiccio senza snaturarne il carattere. L’obiettivo è chiaramente quello di privilegiare ritmo e immediatezza, anche a costo di sacrificare parte della varietà che aveva reso memorabile il precedente full-length. Qua e là emerge perfino qualche riciclo di idee, con riff e metriche vocali che finiscono per richiamarsi a vicenda all’interno della stessa tracklist, ma il disco evita comunque di perdere mordente grazie a una durata contenuta e a un’energia costante.
Anche sul piano lirico il baricentro cambia un pochino: se su “Storm…” sembrava spesso prevalere un senso di desolazione quasi esistenziale, stavolta la rabbia assume contorni più concreti e apertamente polemici. Brani come “Genocide”, “Fucked Up Society” e “Defund the BBC” riportano al centro la protesta più focosa, riflettendo quello spirito combattivo nato tra le strade di una città che ha conosciuto da vicino crisi economiche, tensioni di classe e trasformazioni radicali. Non è certamente una rabbia costruita a tavolino, ma quella di chi continua a osservare il mondo con lo stesso sguardo critico maturato in decenni di militanza.
Pur rinunciando alla relativa ambizione compositiva del predecessore, “Slaves to No One” convince proprio perché scorre con naturalezza, offrendo, assieme a qualche traccia effettivamente un po’ telefonata, episodi particolarmente riusciti come “World Keeps Turning…” e “With Broken Hands”, riaffermando il valore di una band che conosce perfettamente i propri mezzi. Non sarà il capitolo più ricco della discografia degli Extinction Of Mankind, ma è un ritorno coerente e sincero, firmato da veterani che preferiscono andare sul sicuro piuttosto che rincorrere soluzioni troppo lontane dalla propria storia.
