8.0
- Band: FAETOOTH
- Durata: 00:54:49
- Disponibile dal: 05/09/2025
- Etichetta:
- The Flenser
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Toni dimessi, malinconia lieve, grazia e compostezza sono attributi cardine nell’idea di metal delle Faetooth. Il giovane trio tutto al femminile di Los Angeles approda proprio al momento giusto al secondo album “Labyrinthine”; il ‘tempo giusto’ è la data di uscita al tramonto dell’estate, quando le giornate iniziano inesorabilmente ad essere più corte, il caldo va gradatamente scemando e si fanno strada sentori di tristezza, al pensiero di quel che si andrà a lasciarsi indietro, per abbracciare una stagione più fredda, non per forza meno accogliente.
Noi lo recuperiamo un attimo più tardi, mentre le notti allungano il passo, il grigiore diurno si propaga e certi sentimenti più grevi hanno maggior agio a manifestarsi.
Nel 2025 le Faetooth sono approdate sul palco del Roadburn e l’hanno fatto in grande stile, assoggettando al loro ‘fairy metal’ un’audience vasta e partecipe.
Il discorso delle tre ragazze californiane potrebbe sembrare fin banale, a un’analisi superficiale ed approssimativa: un doom cantilenante, perennemente lento e limaccioso, retto da chitarre tra il doom settantiano e lo sludge, qualche scampolo black metal – soprattutto per l’aspra seconda voce – e un persistente alone gotico, che ne fa una creatura sospesa tra arie novantiane del filone gothic doom al femminile e un’interpretazione più moderna di sonorità tristerrime. S
e l’incedere nerastro e poco dinamico accosta la band ad altre creazioni ‘al femminile’ statunitensi – Windhand, le più eclettiche SubRosa, Witch Mountain, Acid King – il gusto melodico e le atmosfere volgono volentieri lo sguardo alle brume inglesi, al doom britannico nella sua accezione più da vinti crooner, che non da baldanzosi eroi metallici.
In questo incrocio di influenze, le Faetooth si concentrano sull’evocazione di una precisa atmosfera dolente e in disfacimento, attraverso un tocco minimale, nessuna volontà di avvalersi di effetti speciali o arrangiamenti estrosi e una cura certosina per il dialogo tra basso, chitarra e batteria, come un power trio d’altri tempi.
Una logica ferrea e demodé, sviluppata in trame mai troppo complesse o dalle grandi variazioni da una canzone all’altra. Proprio, appunto, come se ci trovassimo di fronte a un album cantautorale ma vestito completamente di estetica metal. Ricordando, e questo è un nome che forse ancora più di quelli prima elencati rende l’idea di cosa rappresenti il gruppo, l’operato della bravissima A. A. Williams, autrice di un capolavoro di doom metal contemporaneo sui generis con “As The Moon Rests”. Guarda caso, un’artista inglese, dal suono molto inglese.
Nei tre anni intercorsi da “Remnants Of The Vessel”, non possiamo neanche dire che sia avvenuta chissà quale evoluzione, al massimo un affinamento di una formula che già nell’esordio su lunga distanza denotava una sua maturità e una focalizzazione precisa su poche, ma chiarissime, idee.
Le Faetooth sanno coniugare leggiadria e vero spirito metallico, intraprendendo un discorso costituito di ombrose suggestioni senza che ciò significhi cedere a facili cliché o frivolezze di bassa lega. I brani vivono di accumulo e ingrossamento dei volumi, a volte più dilatati e cullanti, più spesso impetuosi e con efficaci botta e risposta tra la voce principale e uno screaming strozzato, mixato per stare in secondo piano, quasi un’eco distante. Rimane però la voce pulita la musa da seguire, dal piglio magnetico e sicura nello scandire le parole, così che l’effetto di piena immersione nell’universo tematico del gruppo avvenga in naturalezza, praticamente senza alcuno sforzo.
Non c’è la ricerca del ritornello vincente o del motivo accattivante, tuttavia alcuni passaggi riescono a stamparsi nella mente, dando ad alcuni episodi qualche punto in più per farsi ricordare e fungere da simboli dell’opera. È il caso della fuzzosa, rantolante nei ritmi e lugubre nell’interpretazione vocale, “It Washes Over”: una canzone che sa di abbandono, luoghi vuoti e privi di calore, una serpeggiante rabbia che prova in qualche maniera ad uscire, dopo lungo sforzo. Oppure dei gelidi arpeggiati di “White Noise”, con una voce agonica a farsi largo tra di essi e le coltellate della voce black metal a riportarci in un contesto più corrotto e malevolo.
Al di là delle singole tracce, è il potere suggestionante del disco nella sua interezza a colpire: un’ode al doom e allo sludge nei loro caratteri più veri e genuini, ma mitigati di eccessiva filologia o di fastidiose patine vintage a tutti i costi.
In definitiva, un album davvero di alto livello, compiuto in ogni suo aspetto, che non aderisce nettamente a un genere e mette le Faetooth in primo piano nel panorama doom contemporaneo.
