8.0
- Band: FERALIA
- Durata: 00:52:59
- Disponibile dal: 26/06/2026
- Etichetta:
- Aeternitas Tenebrarum
Dopo averci già positivamente stupito nel salto di maturità (a livello tematico, compositivo e di atmosfere) con il loro secondo disco, i Feralia tornano tra noi con la prova del nove (o meglio, del tre, in termini di dischi), confermandosi nel gotha del black metal italiano.
La loro biografia precisa che parte dei membri hanno nel mentre scelto lidi scandinavi per vivere, ma poco cambia, anzi: sembra una conferma del tutto naturale dei legami della band con quel mondo, vissuto da sempre come faro musicale, eppure mai scopiazzato pedissequamente.
“Ultima Requies” è un disco intransigente e fuori dal tempo, in cui i quattro (con il nuovo innesto Summum Algor alla batteria) perfezionano sempre più il lodevole equilibrio tra sonorità prettamente nordiche nelle radici e un gusto decisamente più mediterraneo, sia nelle liriche che in certe scelte di sound e dettagli che vi troverete a percepire ascolto dopo ascolto. Il concept dietro queste tracce si rifà nuovamente all’immaginario occulto dell’antica Roma, tra riti, necromanzia e figure oscure dal fascino profondo, riuscendo a perseguire sensazioni diverse di brano in brano.
L’opener “Ballata Avernale” mostra echi di Bathory nella cadenza epica, quasi marziale. Un’epica che si trasforma in rapsodia di tempi mitici nel secondo brano, “Ver Sacrum”, tra chitarre cangianti e un cantato che si muove tra ferocia e momenti declamatori – e non potrebbe essere diversamente, dietro un titolo che rimanda a uno dei momenti fondamentali del calendario (e dei riti) nel mondo romano e dei popoli vicini, a ben vedere.
“Pharsalia” è introdotta da un arpeggio di chitarra elegiaco, ma si trasforma presto in un uptempo furente e trascinante e sul finale si ammanta di un’atmosfera più fumosa, guidata da un basso possente. “Empireo”, e non potrebbe essere altrimenti, ci porta nello spazio con tastiere rarefatte che riportano alla mente il Burzum più diafano e una circolarità avvolgente.
Dopo la più classica e canonica “Marpiter”, “Defigere” riesce a unire echi di Norvegia nel senso di gelo ed infinito, brutalità svedese e la dimensione occulta, quasi folk in senso stretto (per fortuna non banalmente musicale) dei ‘nostri’ capostipiti al nero, Mortuary Drape in testa.
“Miasma”, su cui torna in primo piano il basso, conferma nuovamente che, per i Feralia, nomen est omen: un brano asfissiante, capace di colpire i sensi, con tastiere di grandissima atmosfera, riffing cavernoso e probabilmente la linea vocale più malvagia del disco. Qui il tuffo nel passato, sponda Norvegia primi Novanta, è definitivo e insieme originale, come sempre grazie ai testi in italiano e a un’aura intimamente locale: parliamo proprio di genius loci, evocato dalla rarefazione che permea le chitarre e le tastiere in un lungo, intenso movimento, prima di una nuova accelerazione e di una sfumatura che sa di antico, se non di eterno.
Se cercate il nome di una band tricolore da tenere sempre più d’occhio in ambito black, puntate serenamente sui Feralia: nei loro brani, sottilmente intrecciati tra loro, eppure tutti dotati di un carattere univoco e di valore, si può trovare tutto quello che caratterizzava il genere alle sue gloriose origini, ma anche uno spirito di evoluzione filologicamente corretto e stimolante. Non è un risultato da poco.
