6.0
- Band: FEUERSCHWANZ
- Durata: 00:39:45
- Disponibile dal: 22/08/2025
- Etichetta:
- Napalm Records
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Quando si dice che ‘il troppo stroppia’, non può non venirci in mente la storia di tante band che hanno esagerato nel cavalcare un filone fino a rendersi quasi stucchevoli: è quello che, in parte, sta accadendo anche ai Feuerschwanz, che stanno sfondando anche al di fuori della loro cerchia tedesca grazie all’inseguimento di mode e correnti fantasy e nerd.
Per una band nata come parodia della scena medievale tedesca, ormai, parliamo del dodicesimo album in studio, quindi non c’è proprio da stupirsi se “Knightclub”, alla lunga, risulti abbastanza ripetitivo e privo di mordente, nonostante ci sia comunque qualche buona canzone.
Prendiamo ad esempio la traccia che dà il nome al disco, in lizza per andare all’Eurovision 2025: la classica canzone che ci si aspetterebbe di sentire sparata dai tedeschi alle tende del Wacken e del Summer Breeze, con il contributo di Dag Alexis Kopplin dei SDP. Un concentrato di tamarraggine che, sebbene faccia anche sorridere e ci si stampi nel cervello, non fa nulla di più che farci ondeggiare un po’ la testa.
È proprio la prima parte del disco il problema: in tre brani vengono raccolti i singoli fatti per acchiappare il pubblico casuale, come “Valhalla”, che vede la partecipazione di Doro e dello Youtuber Miracle Of Sound (del quale la band aveva già pubblicato la cover di “Valhalla Calling Me”, ispirata al videogioco “Assassin’s Creed Valhalla”) o la terrificante cover di “Gangnam Style” di Psy, addirittura cantata in un coreano maccheronico. Al confronto della bruttezza di questa cover, quella di “Dragostea Din Tei” era quasi un capolavoro senza tempo.
Per fortuna, dopo questa tripletta sgonfia e priva di mordente, l’album comincia a risollevarsi grazie a quello che i Feuerschwanz sanno fare davvero bene: cantare in tedesco su riffoni granitici in puro stile power metal tedesco, mentre violini e strumenti folk impazziscono sullo sfondo, come nell’ottima “Testament”, senza dimenticare gli immancabili richiami a “Il Signore degli Anelli” con “The Tale Of Sam” e “Drunken Dragon”, che sembra quasi uscita da un disco dei colleghi spagnoli Mägo De Oz.
La canzone del lotto che ci è rimasta più in testa è però la scemissima “Eisenfaust”, che, quantomeno, nel suo incedere guerresco ci fa rievocare i fasti della band e si avvicina a un power metal più duro che festaiolo.
A chiudere il tutto l’ennesima collaborazione, questa volta coi Lord Of The Lost che, forse anche per ironia, sono stati all’Eurovision nel 2023: “Lords Of Fyre” è finalmente un momento dove la band si concede di tornare all’epicità dei fasti, pur mantenendo una parte di sfottò verso Subway To Sally e compagnia.
Insomma: bene ma non benissimo, perché è evidente che la qualità (se così si può definire) della comicità dei nostri funzioni meglio quando non si mettono a fare cover di canzoni pop o improbabili collaborazione elettro/rap. A mancare è proprio quella vena di pazzia che rende divertenti in modo esagerato band come gli Electric Callboy, che ci sembra quasi che i Feuerschwanz vogliano citare negli episodi più tamarri del disco: “Knightclub” dimostra solamente che la band ha paura di non riuscire a sfondare all’estero solamente con le sue canzoni più classiche, quindi quel mix di power e folk metal degli esordi.
I Feuerschwanz devono però decidere in che scarpa mettere il piede, se vogliono realmente rendersi grossi a un pubblico internazionale, recuperando quella vena sinceramente parodistica oppure abbandonandola del tutto in favore di qualcos’altro.
