FIELDS OF THE NEPHILIM – Dawnrazor

Pubblicato il 12/06/2019 da
voto
9.0
  • Band: FIELDS OF THE NEPHILIM
  • Durata: 01:04:02
  • Disponibile dal: 04/05/1987
  • Etichetta: Beggars Banquet
  • Distributore:

Anno Domini 1987: le classifiche mondiali sono dominate dai capelli cotonati del giovane Bon Jovi (con “Slippery When Wet”), dagli eccessi di “Girls Girls Girls” dei Mötley Crüe, dai movimenti felini del roscissimo Axl Rose fresco di “Appetite For Destruction”. L’allora ‘giovane’ movimento metal accoglie capolavori immortali come “Into The Pandemonium” dei Celtic Frost, “Nightfall” dei Candlemass e “Under The Sign Of The Black Mark” dei Bathory, mentre i Motorhead riempiono le sale concerti con “Rock’n’Roll” ed i Napalm Death danno l’impulso a molte ramificazioni dei generi più estremi sconvolgendo tutti grazie al loro “Scum”.
Nei meandri delle sottoculture brulicanti di vita ibrida e sperimentale, qualcosa si muove nell’oscurità. A nord di Londra, nella cittadina di Stevenage, Hertfordshire, quattro loschi figuri vestiti come Roland di Gilead danno alla luce un album talmente strano da risultare istantaneamente seminale; i Fields Of The Nephilim di “Dawnrazor”, infatti, racchiudono in sé l’essenza vibrante di languido buio della darkwave e l’arricchiscono di nuove deliranti sfumature, troppo pesanti per qualsiasi vèrve pop: briciole delle atmosfere mistiche dei Dead Can Dance, la centralità dello schioccare del basso dei Cure, i toni cupi, soffocanti e leggermente acidi di Bauhaus e Sisters Of Mercy, il tutto mescolato con l’appeal stregonesco dei The Cult e tanta, sinistra, originalità, filtrata col tempo anche nelle derive più psicotiche e stralunate della musica metal. I Nostri si presentano già dalla copertina come loschi cowboy, ammantati di nero e polvere del deserto (costante nelle loro esibizioni live), inquietanti come la locandina de “L’Esorcista”. L’intro è un motivo d’armonica, quella musicata da Morricone in “C’era Una Volta Il West”, eppure qui più pericolosa, agghiacciante, arricchita con un sottofondo da pelle d’oca, confluente nell’anfibia, allucinata “Slow Kill”. Si viene istantaneamente catapultati in quello che sembra essere l’incubo – lungo sessantaquattro lunghissimi minuti – di un pazzo; basta ascoltare la titletrack, un capolavoro di follia e atmosfere collose (con tanto di cantilenanti cori infantili a sfumare il pezzo), per capire di cosa stiamo parlando. La voce di Carl McCoy è in grado di incantare e terrorizzare insieme con i suoi toni baritonali e strozzati, sussurra i testi come una carezza viscida (il reiterato ‘relax, relax’ di “Vet For The Insane” fa rizzare i capelli in testa) o li urla come un predicatore davanti all’Apocalisse (il concitato incedere di “The Preacher”), donando quella punta di nuova, perversa malvagità post-punk agli scenari romanticamente tetri tipici di un certo gusto gotico. Poi ci sono loro, quegli immortali giri di basso che conquistano a colpi cadenzati il cuore dell’ignaro ascoltatore, lo irretiscono e prendono il controllo del flusso sanguigno: “Dust” ne è l’esempio perfetto, con le quattro corde di Tony Pettitt a dettar legge sugli altri strumenti. Crediamo che sia proprio quel particolare suono di basso, ipogeo e torvo, a rendere unico questo album (ed un paio di altri appartenenti a questa new wave) e a diventare un modello per moltissimi musicisti futuri. E se il comparto chitarristico, a cura di Peter Yates e Paul Wright, intesse trame lisergiche e suggestioni disturbanti – la magistrale “Laura II” è il prototipo di quel tipo d’arpeggio polveroso, serpentesco che da qualche anno è tornato a farsi sentire in quei gruppi, dediti ad un recupero di sonorità (ora definite ‘vintage’) in un contesto metal estremo – il lavoro ritmico di Alexander Wright non risulta invero secondario, ma, anzi, spezza il respiro e aumenta quella sensazione di vischiosa inesorabilità.
Come per qualsiasi eroe maledetto, la strada dei cinque cowboy sarà sì costellata di pietre musicali miliari (“Elizium”, solo di tre anni successivo, ha un pizzico di funerea eleganza in più), ma anche travagliatissima (scioglimenti, annunci fumosi, cambi di line-up, beghe varie); tutto questo forse si intravede in talune venature di sofferenza che affiorano già in questo disco, rendendolo poco artificioso e molto reale. “Dawnrazor” rimane una bellissima, ruvida e grezza, gemma oscura; un debutto folgorante, vestito di sperimentazioni plumbee e infide che lo hanno fatto invecchiare splendidamente… come una velenosissima pianta carnivora.

 

TRACKLIST

  1. Intro (The Harmonica Man)
  2. Slow Kill
  3. Laura II
  4. Preacher Man
  5. Volcane (Mr. Jealousy Has Returned)
  6. Vet for the Insane
  7. Secrets
  8. Dust
  9. Reanimator
  10. Power
  11. The Tower
  12. Dawnrazor
  13. The Sequel
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