6.5
- Band: FIMBUL WINTER
- Durata: 00:24:00
- Disponibile dal: 14/11/2025
Spotify:
Apple Music:
Con “What Once Was”, i Fimbul Winter firmano un debutto che si muove tra memoria e attualità, inevitabilmente destinato a richiamare paragoni con gli Amon Amarth. La ragione è evidente: dietro a questo nuovo progetto troviamo ex membri della band svedese, come il chitarrista Anders Biazzi (già Hansson), il batterista Niko Kaukinen e il batterista (ora chitarrista solista) Fredrik Andersson, a cui si aggiunge il contributo del cantante Clint Williams.
La scelta del nome non è casuale e i rimandi sono palesi: “The Arrival of the Fimbul Winter” era infatti il titolo del primo demo degli Amon Amarth del 1994. Un richiamo diretto non solo all’immaginario nordico, ma anche a quel death metal melodico e arrembante che caratterizzò i loro esordi, prima che la band si stabilizzasse su coordinate più orecchiabili e marcatamente heavy metal.
È quindi inevitabile che qualcuno legga in “What Once Was” un gesto di rivalsa o addirittura una risposta agli attuali Amon Amarth. In realtà, a ben vedere, le intenzioni paiono ben più semplici e lineari: non si tratta di dimostrare qualcosa a Johan Hegg e compagni, ma di rituffarsi in uno stile che ha segnato l’adolescenza dei protagonisti. Anders Biazzi, del resto, da anni porta avanti progetti dal sound simile come Just Before Dawn o Gods Forsaken, dimostrando di non avere bisogno di alcuna ‘guerra’ musicale per continuare a coltivare il proprio percorso. I Fimbul Winter vanno quindi presi per quello che sono: un omaggio consapevole e appassionato a un suono che non ha del tutto perso il proprio fascino.
Dal punto di vista musicale, l’EP offre cinque tracce che richiamano con precisione gli Amon Amarth degli inizi: quelli del demo, del mini “Sorrow Throughout the Nine Worlds” e del debutto “Once Sent from the Golden Hall”. Qui tornano al centro ritmiche più tese, riff di chitarra affilati e naturalmente quella vena melodica, eroica ed evocativa, che fin da subito marchiò a fuoco il sound degli Amon Amarth. La produzione, moderna ma non troppo, contribuisce a restituire potenza senza snaturare il respiro classico delle composizioni.
Il limite di “What Once Was”, se così si può dire, risiede proprio nella scrittura: ordinata, costruita con mestiere, ma raramente capace di sorprendere. Le canzoni scorrono e restituiscono un gusto autentico, ma non arrivano a toccare quel livello d’ispirazione che trasformava vari primi brani degli Amon Amarth in piccoli classici. Per intenderci, nessuna delle tracce, a parte forse la più controllata e dolente “In Solitude’s Embrace”, avrebbe trovato posto tra le migliori di “Once Sent from the Golden Hall”. Non è poco, ma non è nemmeno abbastanza per far gridare al miracolo.
Ciò non toglie che l’operazione possa risultare interessante per una certa fetta di pubblico: molti fan di vecchia data non hanno mai digerito la piega che gli Amon Amarth hanno preso negli ultimi decenni, e per costoro i Fimbul Winter potrebbero rappresentare una sorta di macchina del tempo musicale; un ritorno a un passato in cui certo death metal svedese sapeva essere mordace e melodicamente avvincente insieme.
In definitiva, “What Once Was” non è un atto d’accusa, né un tentativo di rivincita. È piuttosto un gioco serio, fatto con passione e competenza, che riporta in vita un modo di intendere il genere rimasto nel cuore di molti. Sarà interessante capire se un futuro full-length saprà dare al progetto una dimensione più ampia e autonoma. Per adesso, il verdetto resta positivo, ma senza eccessi di entusiasmo: buoni brani, buone intenzioni, un solido omaggio al passato. Ma la sfida, quella vera, resta tutta da giocare.
