7.0
- Band: FIRTAN
- Durata: 00:50:03
- Disponibile dal: 13/09/2024
- Etichetta:
- AOP Records
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Quarta prova in studio per la band di Oliver König e Phillip Thienger, che arriva sul mercato ad esattamente due anni di distanza da “Marter”, un disco che all’epoca ci era piaciuto un filo di più rispetto ai molti lavori di qualità media che escono ogni giorno nell’ambito ‘metal estremo ma non troppo’, ma che non ha retto la prova del tempo, finendo nel dimenticatoio.
Cosa è cambiato rispetto ad allora? A dire il vero, non moltissimo: i tedeschi sembrano aver trovato già da tempo una line-up stabile e proseguono la collaborazione con la AOP, etichetta teutonica specializzata in black metal prevalentemente atmosferico, ritualistico o dalle tinte ‘post’, si vedano Groza, Agrypnie, Harakiri For The Sky, Karg ed Ellende.
Il cantante di questi ultimi, Lukas Gosch, appare in “Wermut Hoch Am Firmament”, uno dei singoli apripista dell’album e tra i momenti più memorabili di questa prova, complici il riffing indiavolato e un buon lavoro di chitarra solista, mentre V. Wahntraum degli Harakiri For The Sky presta le sue corde vocali all’opener “Hrenga”, un pezzo più cadenzato e riflessivo, che ingloba momenti semi-acustici e lascia spazio al violino di Klara Backmair.
Non semplici compagni di etichetta (e di tour) ma anche ‘collaboratori esterni’, partecipanti ad un progetto che sembra essere parte di una visione condivisa, visto il numero di ospitate che coinvolge i membri delle band sopracitate, unite da un’affinità stilistica notevole.
E dal punto di vista dello stile, le novità in casa Firtan sembrano riguardare una maggiore apertura a soluzioni diverse, a cavallo tra death metal e black atmosferico, tanto che a tratti sarebbe forse più corretto parlare di un più generico ‘extreme metal’ per descrivere quanto suonato dai nostri del 2024, arrivando a recuperare talvolta anche un piglio pagano che rimanda al loro primissimo lavoro (si veda l’incedere ritmico della buona “Ruakh”).
Un altro brano piuttosto riuscito è “Contra Vermes”, scelto anch’esso come antipasto social all’uscita del disco: merito di un riffing ben studiato, che fa facilmente presa sull’ascoltatore. E a dire il vero non ci sono episodi sciatti, non vi è nulla di mal riuscito, anzi: il quintetto vanta anche questa volta il pregio di una scrittura curata, attenta alle melodie e a mantenere alta l’attenzione, grazie a cambi di tempo e ad una sezione ritmica non adagiata sugli allori (o meglio nascosta tra la bruma).
Quello che si avverte è – esclusi alcuni episodi più ficcanti, tra i quali la già citata “Wermut Hoch Am Firmament” – una certa ripetitività di fondo, nonostante tutto il lavoro di songwriting: il tasso di prevedibilità è davvero alto, e nonostante la bellezza di certe melodie, riff e assoli, diverse composizione non riescono a colpire a segno (“Arkanum”, “Zores”, la summenzionata “Hrenga”, la strumentale acustica conclusiva “Wermut Hoch Am Firmament”, oltremodo sdolcinata).
“Ethos” è meno sugli scudi del suo predecessore, ma gli inserimenti atmosferici e le soluzioni tendenzialmente più moderne non hanno giovato particolarmente al risultato complessivo, che resta comunque buono, ma non indimenticabile, e che in ogni caso non si discosta in modo marcato dal disco precedente, dato che parliamo più che altro di sfumature.
L’ascolto resta senza dubbio consigliato ai fan del roster tedesco, proprio in virtù dell’aderenza della band ai canoni del black metal melodico coniati e portati avanti dalle band che abbiamo citato.
