6.5
- Band: FIVE FINGER DEATH PUNCH
- Durata: 00:36:47
- Disponibile dal: 31/07/2026
- Etichetta:
- Better Noise Music
In termini commerciali, i Five Finger Death Punch possono essere definiti una delle più grandi band hard rock/heavy metal degli anni 2000.
Sono divisivi e odiati, sia per l’estetica pacchiana che per la posizione libertario-conservatrice ed il supporto a Trump; gli viene inoltre contestato di aver portato avanti una carriera musicale monotona per oltre vent’anni, fino al traguardo di diventare una touring band che ripropone all’infinito gli stessi classici della discografia ogni volta con lo stesso standardizzato teatrino – il quale in Italia interessa solo a poche migliaia di persone, mentre nel resto d’Europa, e nel mondo, arriva a grandi arene e stadi.
Per dar corda ai detrattori, dobbiamo anche ammettere che ultimamente la band si è impigrita rispetto agli esordi, con una formazione 3.0 in cui regnano il chitarrista Zoltan Bathory e il frontman Ivan Moody mentre gli altri sono turnisti di lusso, vengono pubblicati greatest hits e ri-registrazioni completamente inutili e ci si affida ad un uso irritante dell’IA generativa per copertine e videoclip incredibilmente mediocri, trascurando anche un settore, come quello del merchandise, in cui il gruppo si era sempre distinto per eccellenza.
Che questa pigrizia abbia intaccato anche la sostanza, ovvero la controparte musicale? “Legacy” in effetti sembra essere pubblicato in fretta e furia per accompagnare il titanico tour mondiale del ventesimo anniversario del gruppo, senza troppi teaser e addirittura senza il formato fisico ad accompagnare la pubblicazione (CD, MC e vinili arriveranno a settembre), fattore che anche di questi tempi aiuta, insieme ai vari bundle, a gonfiare strategicamente le vendite della cruciale prima settimana.
Ad un primo ascolto il disco vuol essere chiaramente un ritorno al sound ‘meat and potatoes’ dei primi tempi, sulla scia del recente debutto ri-registrato “Way of the Fist”.
Per una buona parte dell’album la formuletta abusata funziona ancora a dovere, visto il sound particolare dei losangelini: “Legacy”, “The Oppresso Liber” e “Eye of the Storm” hanno batterie tonanti, riff a grattugia e quei ritornelli melodrammatici calcati all’esasperazione e letteralmente inconfondibili, capaci di fare la gioia di tutti coloro che non vogliono altro che un more of the same per gridare in maniera rumorosa quella fierezza e quel ‘pride‘ a stelle e strisce, con quella semplicità (da molti vista come mediocrità) in grado di trasformarsi nel legame più forte possibile con il proprio immenso pubblico.
Le strutture ripetute, i testi semplici, il sound pompatissimo e l’estetica pacchiana fanno rima con un brand nei cui colori la gente può riconoscersi, e nei cui valori identificarsi. L’abbandono delle espansioni stilistiche di “Afterlife” (a posteriori non tutte ben riuscite) è quindi solo un bene; quando però i ritornelli diventano troppo piatti o le melodie troppo spinte, la ventennale formula inizia a scricchiolare, soprattutto perché entra in contrasto con la filosofia del disco intuibile nei primi pezzi.
Lasciando stare le ballad, da tempo palesemente sdolcinate, in brani più aderenti al marchio di fabbrica della band i cori sono eccessivamente puliti e radiofonici, come succede in “Unscathed”, “Shelter” e “Scapegoat”, e Moody trascura puntualmente quelle tonalità scure e ruvide in cui si distingue dalla massa per soluzioni sì acute e potenti, ma più generiche e meno ispirate.
Non c’è alcuna spinta al rinnovamento, ma non c’è nemmeno un vero ritorno alle origini: non si può certo definire come un concentrato della storia del gruppo, quanto piuttosto, forse, la classica istantanea del momento storico, che cattura una band da un milione di dollari stabilmente in orbita senza nemmeno così tanto bisogno di far uscire dischi nuovi.
Per tutte queste caratteristiche, “Legacy” non farà cambiare idea ai detrattori, che si potranno aggrappare alle solite accuse (o aggiungerne un paio in più), ma nemmeno a chi sostiene il duo delle meraviglie: i Death Punch hanno creato un sound distintivo ed immediatamente riconoscibile e sono ancora abbastanza abili da mettere in piedi un disco che funziona, anche se scritto e pubblicato in maniera più pigra e superficiale del solito, come oggi accade.
