5.0
- Band: FLIDAIS
- Durata: 00:49:39
- Disponibile dal: 27/01/2023
Sette anni sono passati dall’EP d’esordio dei canadesi Flidais che si ripropongono al grande pubblico con “Pathogen”, un concept album dal titolo quanto mai attuale. L’opera ruota attorno alle fasi evolutive di un virus che si impianta, cresce, contagia e viene eradicato durante il susseguirsi delle undici tracce proposte dal quartetto. I titoli delle canzoni risultano particolarmente familiari, quasi fossero stati distillati dai mille telegiornali ascoltati durante gli anni di lockdown: fortunatamente però, l’agente patogeno cantato dai canadesi esiste solo in una dimensione puramente mentale, ben confinato nella psiche del protagonista e incapace di esplodere in una pandemia globale.
I Flidais si presentano al pubblico come una band progressive power metal, con un album che richiama le architetture classiche dei concept storici di questo mondo. “Incursion” apre le danze con una intro strumentale basata su un riff di chitarra ripetitivo e dallo scarso mordente: il pezzo ricorda le sonorità aggressive e martellanti di “Kill ‘Em All” dei Metallica, seppur mancante della spinta creativa di Hetfield e compagni. L’intermezzo, “Virus”, è un brano a metà strada tra il recitato e il cantato che si adagia su una linea di basso piatta e cantilenante, mentre descrive la mente del protagonista divorata inesorabilmente dal morbo. Neanche “Infection”, il primo singolo rilasciato, riesce a regalare una scarica adrenalinica, nonostante gli acuti selvaggi del cantante e un drumming più serrato e guidato da un basso che lascia la sezione ritmica per diventare protagonista. “Obsession” è l’unica voce fuori dal coro, con un solido cantato rock e una chitarra che strizza l’occhio ai Mr. Big di Paul Gilbert. La scomparsa del virus dall’organismo ospite è in fine raccontata da “Departure”, una sorta di inciso acustico condito da un assolo blues che ha l’insipido sapore del riempitivo. Il risultato è un full-length che di power ha ben poco e suona più come un miscuglio di hard rock e thrash ruvido dei primi anni Ottanta.
“Pathogen” è un album lacunoso sotto molti punti di vista che si ascolta con fatica e lascia trapelare sbavature esecutive, un missaggio approssimativo e una scarsa cura per i dettagli che malamente si sposa con l’etichetta progressive (auto)affibbiatasi dalla band. Cimentarsi in un concept agli albori della propria carriera è un atto coraggioso che si trasforma in un’arma a doppio taglio quando, come in questo caso, manca la maturità artistica e stilistica, magari ulteriormente affinata da anni di gavetta. Se leggendo le parole ‘progressive’ e ‘concept’ vi vengono in mente opere magne come “Scenes From A Memory” dei Dream Theater o “Paradise Lost” dei Symphony X, allora questo è un album che potete tranquillamente lasciare fuori dalla vostra playlist.
