FLOTSAM AND JETSAM – Doomsday For The Deceiver

Pubblicato il 01/06/2016 da
voto
9.0
  • Band: FLOTSAM AND JETSAM
  • Durata: 00:54:43
  • Disponibile dal: 04/07/1986
  • Etichetta: Metal Blade Records
  • Distributore: Audioglobe

Negli anni ’80 bastavano spesso due minuti della prima canzone a decretare l’entrata nella leggenda. Partendo con talune fucilate, era chiaro che poi non ti saresti inabissato, non avresti abbassato il tiro. Dovevi per forza continuare su quei livelli, se ti eri permesso un attacco così da infarto: sicuramente avevi composto il disco in un periodo di grazia creativa. Sicuramente, fatta la tara per qualche digressione stilistica che poteva più o meno piacere, non si poteva che sconfinare nel capolavoro o giù di lì. Il discorso calza perfettamente all’esordio dei Flotsam And Jetsam, “Doomsday For The Deceiver”. Per chi non è un thrasher incallito, i Flots – diminutivo spesso utilizzato per identificarli – non sono altro che la band di provenienza di Jason Newsted, poi diventato ‘leggermente’ famoso per i servigi prestati in seno ai Metallica. Idea limitata, questa, perché tra alti e bassi, mosse coraggiose e qualche esperimento azzardato, il combo dell’Arizona ha sfornato una lunga serie di album di ottimo livello, non si è mai sciolto e solo nel 2010 si è permesso di piazzare uno dei migliori album di thrash evoluto degli anni 2000, “The Cold”. Limitandoci all’esordio del 1986, bastano appunto i serrati centoventi secondi iniziali di “Hammerhead” per rimanere folgorati; c’è molto dello speed metal furoreggiante a inizio Eighties e del power alla Metal Church a contaminare il thrash vero e proprio, le ritmiche si muovono snelle, scivolano via con meno irruenza di quella professata da gente come Metallica ed Exodus. Ma colpiscono, dure ed entusiasmanti. C’è poi la particolare impostazione di Newsted, qui sicuramente libero di interpretare il quattro corde a suo completo piacimento e di uscire dal cono d’ombra delle sei corde per inventarsi quello che la sua sensibilità artistica gli suggeriva. Un’abitudine non così comune all’epoca e che molto contribuisce a dare un frizzante dinamismo tutto suo a un disco che avanza sempre ad alte velocità, contornato di assoli impulsivi, che non staccano mai dalla sensazione di assalto costante e irrompono fuori dai normali momenti in cui ci si aspetterebbe di udirli. Infine, ci sarebbe da menzionare uno dei singer meno celebrati in rapporto a doti e rendimento, Eric A.K.. Un mostro, poche storie. Negli anni giovanili, e quindi ovviamente in “Doomsday For The Deceiver”, egli arrivava su note altissime e squillanti, sferzando con invasata energia brani già di per sé irrorati di una carica incompromissoria e letale. Passata la fase di esuberanza dei vent’anni, ha saputo plasmare uno stile ampio, capace di passare dalle atmosfere dark a quelle rock, dall’aggressione fredda e calcolata del modern thrash a sfumature soffuse e intimiste. Restando a quanto di competenza in questa recensione, siamo di fronte a una delle prestazioni più entusiasmanti ravvisabili in un tipico screamer ottantiano: potenza, cattiveria, estensione e, sì, voglia di strafare e spaccare i timpani al prossimo, caratterizzano lo sprezzante singing di Eric A.K.. Le strutture e gli arrangiamenti tengono conto della fascinazione per il metal classico, consentendo ampio spazio a fraseggi chitarristici affilati ma armoniosi, tesi, medianti desiderio di ammaliare con la tecnica e di incastonare nell’animo dell’ascoltatore giri di immediato richiamo, destinati a non andare scordati nel tempo. La tracklist agglomera una serie di approcci di songwriting percettibilmente diversi, seppure contigui e segnalanti l’appartenenza a fasi differenti del rutilante sviluppo di tutto l’universo metal nel decennio. Infatti, canzoni come “Iron Tears”, “Desecrator”, “Fade To Black” viaggiano concitate forti di un’anima anthemica molto pronunciata, che di thrash ha più che altro la durezza grumosa del muro chitarristico, mentre l’impianto melodico è tipicamente power metal (da intendersi secondo la corrente statunitense del periodo). Nel mezzo, si va ad anticipare quelli che saranno i tratti salienti della breve stagione d’oro del progressive thrash, con le ambiziose e frastagliate “Doomsday For The Deceiver” e “Metal Shock”, nelle quali si introducono prolungati passaggi di collegamento a base di arpeggi e assoli insistiti, a unione delle sezioni appannaggio del forcing vocale e chitarristico. Per chi scrive, l’aspetto della metrica del cantato è fondamentale nel delineare l’impressione di invincibile forza distruttiva del lavoro, agilissimo ma spietato, raffinato però secco, netto, ficcante in ogni istante. Il trittico conclusivo non cala minimamente d’intensità, “She Took An Axe”, “U.L.S.W.” e “Der Führer” portano in dote un’altra vagonata di riff spezzacollo, stacchi deraglianti, invenzioni armoniche di prim’ordine e vocalizzi stellari. Da segnalare nella versione in cd per il mercato americano – poi presente nelle successive ristampe – una splendida bonus track, la strumentale “Flotzilla”, in tutto e per tutto all’altezza del resto dei contenuti del disco. Se vi considerate thrasher nel midollo e non avete mai ascoltato quest’album, peste vi colga se ne starete ancora lontani a lungo!

TRACKLIST

  1. Hammerhead
  2. Iron Tears
  3. Desecrator
  4. Fade to Black
  5. Doomsday for the Deceiver
  6. Metalshock
  7. She Took an Axe
  8. U.L.S.W.
  9. Der Führer
  10. Flotzilla
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