FROM THE DUST RETURNED – A Seven Days Long Wait

Pubblicato il 05/04/2020 da
voto
7.0

I From The Dust Returned sono una band progressive rock/metal nata a Roma nel 2015, su iniziativa del cantante e chitarrista Alex De Angelis. Il debutto discografico avviene nel 2017 con l’EP “Homecoming” e, nonostante alcune vicissitudini (sembra che la registrazione originale dell’EP sia stata persa ed il gruppo abbia dovuto registrare da capo l’intero disco) e cambi di line up, la formazione riesce a farsi apprezzare per la propria musica eclettica ed aperta a contaminazioni.
Dopo tre anni la band torna con un intrigante concept, intitolato “A Seven Days Long Wait”, la cui trama racconta di una specie di viaggio di purificazione, attraverso il quale si passa dalla vecchia vita ad una nuova, completamente diversa da quella precedente; sette giorni è appunto il periodo di attesa per poter compiere questo passaggio. Con il nuovo album, il gruppo, ora con una line-up stabile, sembra aver alzato ulteriormente il tiro, arricchendo il proprio prog, che riporta spesso ai King Crimson, di elementi hard rock, psichedelia alla Hawkwind e abbondanti dosi di dark e folk. Pur con i piedi piantati negli anni ’70, i From The Dust Returned aspirano a qualcosa di più moderno ed evoluto, di pari passo con la ricerca musicale di gruppi quali Riverside e Pain Of Salvation. La varietà delle composizioni conferisce all’opera una ricchezza di suoni e di colori che non lascia indifferenti; in particolare è evidente la continua alternanza tra parti più solari ed altre più oscure, con una netta prevalenza dei momenti soft, caratterizzati da eleganti chitarre acustiche e soli tastieristici di grande effetto, mentre i momenti più aggressivi rimandano alla carica prog metal dei Dream Theater. Vengono inoltre utilizzati strumenti inconsueti, ma tipici del prog più sperimentale (addirittura la campana tibetana) e, in “The Undertow”, fa capolino una voce in growl. Proprio quest’ultimo sembra essere il brano manifesto dell’intero album: negli oltre sette minuti di durata parte con un effetto carillon che introduce delle soffici tastiere, per poi esplodere in una sfuriata prog metal che sfocia appunto nel growl effettato del bassista. Il progetto è sicuramente ambizioso, per complessità ed eterogeneità della materia trattata, e per essere messo in pratica necessita di musicisti con capacità tecniche fuori dall’ordinario, qualità che il sestetto dimostra di possedere senza nessuna difficoltà. La ricchezza di influenze è sicuramente il punto di forza dell’opera e, grazie anche ad un buon songwriting, l’ascolto si mantiene abbastanza scorrevole. Ma, di contro, tale abbondanza è anche un’arma a doppio taglio: si percepisce a tratti una sensazione di eccessiva disomogeneità e di mancanza di legame fra le parti differenti, come se la carne al fuoco fosse un po’ troppa e ciò avesse reso difficile la connessione fra momenti ed atmosfere tra loro molto diversi. Questo è comunque l’unico piccolo difetto che si può imputare ad un disco ampiamente positivo: le idee sono parecchie e di alto livello e, se continueranno ad essere tali e verranno amalgamate in modo migliore, potranno dare luogo a qualcosa di veramente interessante.

TRACKLIST

  1. Where It All Began
  2. Mother’s Womb
  3. A Narrow Passage
  4. A Seven Days Long Wait
  5. The Herald’s Choice
  6. Tears
  7. Porcelain Cup
  8. White Noise
  9. The Undertow
  10. The End Of The Beginning
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