7.5
- Band: FROST*
- Durata: 01:25:44
- Disponibile dal: 18/10/2024
- Etichetta:
- Inside Out
Dopo l’eccellente “Day And Age”, che ci aveva restituito una band in piena forma, tornano a farsi sentire i Frost* di Jem Godfrey che, da fieri esponenti del progressive britannico, decidono di cimentarsi in una delle tappe obbligatorie del genere: il (doppio) concept album.
La storia di “Life In The Wires” prende spunto dal testo dell’ultima canzone di “Day And Age” e racconta di un ragazzo che vive in un ipotetico mondo distopico dominato dall’intelligenza artificiale (chiamata l’Occhio Che Vede Tutto), che cerca di trovare “Livewire”, un luogo di la libertà che si può raggiungere seguendo gli indizi captati da un segnale radio trasmesso da una vecchia radio AM.
Rispetto al suo predecessore, il nuovo disco rappresenta al tempo stesso sia un punto di rottura che di continuità: da una parte, infatti, i Frost* confermano le principali caratteristiche del loro sound, ovvero un progressive rock/metal elegante, che strizza l’occhio ai Marillion, a certi Porcupine Tree, con arrangiamenti di livello altissimo ed un suono semplicemente perfetto (figlio dell’esperienza di Godfrey sviluppata nel suo ruolo di autore/compositore pop); dall’altra, invece, la band inglese sceglie di andare a recuperare alcune delle caratteristiche che avevano esplorato negli album precedenti e, parzialmente, accantonate.
“Life In The Wires”, ad esempio, riprende un certo gusto per il progressive più intricato e tecnico, con cambi di tempo molto più arditi, strutture arzigogolate e, soprattutto, assoli, che erano stati volontariamente esclusi in “Day And Age”. Questa scelta, unita a passaggi decisamente più robusti, danno un taglio diverso a numerose composizioni, che ritrovano una sensibilità più vicina a band tipicamente prog metal, come i Dream Theater più classici o gli Haken.
Questo continuo dialogo tra il presente e il passato rappresenta il maggior punto di forza di questo lavoro, perché conferisce dinamismo all’opera, aggiungendo nuove influenze e passaggi più intricati e tecnici, senza mai rinunciare a quel gusto melodico tipo dei Frost*.
Così, oltre a brani perfettamente bilanciati come “Life In The Wires, part 1”, possiamo gustarci le incursioni pianistiche di “This House Of Winter” o la magniloquenza di “The Solid State Orchestra”, in cui i synth di Godfrey sembrano ricalcare nella struttura un arrangiamento sinfonico, ma con suoni volutamente digitali. “Absent Friends” si distingue come una ballata emozionante, con una delicata combinazione di piano e voce, sostenuta da un raffinato arrangiamento di archi, mentre all’estremo opposto troviamo “Idiot Box”, più aggressiva, con chitarre ribassate e tempi dispari che richiamano addirittura certo djent.
E’ chiaro che anche questo lavoro non è totalmente esente da difetti; gli stessi che, in un certo senso, accomunano tutti i doppi album, senza esclusione. Di fronte a qualcosa come novanta minuti di musica, è impossibile non trovare dei momenti di stanchezza, che in questo caso pesano soprattutto nella seconda metà del disco, in canzoni come “Sign Of Life” o in certi passaggi della lunga suite “Life In The Wires, Part 2”. Ancora una volta, se la band avesse fatto un lavoro di sintesi maggiore, trasformando l’album in un disco singolo di sessanta minuti, probabilmente ora parleremmo di un vero capolavoro.
Detto questo, il ritorno discografico dei Frost* non può che renderci felici, soprattutto di fronte alla qualità della proposta e ad una realizzazione impeccabile, che vede, tra l’altro, il ritorno come voce principale dello stesso Godfrey, e quello alla batteria di Craig Blundell. Ora non ci resta che sperare in un tour per poter finalmente avere l’occasione di vedere questi maestri all’opera su un palco.
