6.5
- Band: FUATH
- Durata: 00:41:31
- Disponibile dal: 19/03/2021
- Etichetta:
- Season Of Mist
- Distributore: Audioglobe
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Cosa spinge a portare avanti due solo-project, entrambi ascrivibili allo stesso genere, nel caso specifico il black metal atmosferico? È impossibile non porsi questa domanda davanti a progetti che sembrano estremamente simili, almeno sulla carta. Ebbene, quello che abbiamo scoperto, recuperando un po’ di vecchie interviste, è che Andy Marshall, braccio e mente dei Saor, ha dato vita a questa sua ‘incarnazione alternativa’ per pubblicare materiale più legato alle tipiche sonorità scandinave degli anni ‘90 di Burzum e Darkthrone, ovvero di quelle che – parole sue – sarebbero il solo e autentico black metal. Ascoltando questo secondo capitolo, la cui nascita era tutt’altro che scontata (vista la volontà espressa dal musicista scozzese di concentrarsi più che altro sul suo progetto principale), capiamo subito che l’elemento più melodico e sognante qui è assente: niente cornamuse né note di piano, caratteristiche che hanno fatto la fortuna del progetto, ma uno stile più essenziale e aggressivo, cui si accompagna una produzione più grezza (similmente ai primi due dischi dei Saor, anche se qui si tratta indubbiamente di un risultato cercato, e a ragion veduta). Con questo non vogliamo dire di trovarci su binari poi così alieni rispetto alla produzione targata Saor, perché lo stile del polistrumentista è comunque riscontrabile – e molto difficilmente sarebbe potuto essere altrimenti – però il riffing e le melodie sono indubbiamente influenzate da un tipo di black metal tout-court non così moderno. Anche sul piano vocale registriamo delle differenze, con l’alternanza tra scream e fraseggi puliti di scuola norvegese. Fuath significa ‘odio’ in gaelico, unica concessione – o quasi – alle origini di Marshall (cui pure è legatissimo), in favore di una proposta che presenta elementi tematici e particolari stilistici più genericamente ‘nordici’, senza specifiche connotazioni geografico-culturali. Come il suo predecessore, “II” appare legato al freddo dell’inverno, a partire dai colori della copertina, ma non centra in pieno l’obiettivo: non siamo di fronte ad un brutto disco, ma ad uno che non lascia il segno: è tutto – o quasi – già sentito benché ben fatto, mancano il potere evocativo e l’intensità senza compromessi proprie ad esempio di Paysage D’Hiver. L’impressione è che il musicista di Glasgow sia sì a suo agio con la materia ma che non si tratti del suo linguaggio naturale. Ascolto consigliato ai fan dell’artista, gli altri possono passare oltre.
