6.0
- Band: FUNERAL
- Durata: 01:12:26
- Disponibile dal: 23/11/2012
- Etichetta:
- Grau Records
Spotify:
Apple Music:
Tornano alla carica i norvegesi Funeral, considerati tra i prime mover del genere funeral doom (nomen omen) ma che oramai da qualche anno hanno optato per sonorità più accessibili sebbene sempre piuttosto ossianiche e cupe. “Oratorium” è il sesto full length dei Nostri, in uscita per la sesta label differente: dopo che la Solitude aveva pubblicato il precedente “To Mourn Is A Virtue” tocca alla Grau accollarsi la responsabilità della messa in commercio del nuovo lavoro. Lavoro imponente, che supera ampiamente l’ora di musica lungo la quale i norvegesi passano con una certa disinvoltura da partiture ancora legate alla frangia più “easy listening” del funeral ad altre mutuate dal gothic doom albionico fino ad arrivare ad una componente epic doom decisamente più presente rispetto al passato. La partenza è affidata alla lunga “Burning With Regret”, dove il gothic crepuscolare e decadente dei My Dying Bride si fonde con gli Skepticism e dove viene inserita anche una sezione fiati (campionata?) di ottimo impatto e che rimanda a quanto fatto dagli Abstract Spirit su “Tragedy And Weeds”. A seguire “Hate”, brano altrettanto lungo e di discreta fattura che però viene rovinato da un finale infinito ed assolutamente tedioso nella sua monotematicità. “Song Of The Knell” mette in mostra tutta la carica epica del combo norvegese, grazie all’utilizzo di tastiere evocative e di un songwriting molto stratificato. Questa versione dei Funeral rappresenta l’anello di congiunzione tra il loro sound e quello dei Fallen, ovverosia una delle altre creature del leader Anders Eek. Il singer Sindre Nedland è in possesso di un’ugola per nulla potente ma molto evocativa ed in alcuni tratti viene doppiato dal growl profondo del chitarrista Mats Lerberg in un gioco di voci che non sempre funziona bene. In generale l’atmosfera piuttosto darkeggiante che ammanta la traccia è comunque da promuovere e rappresenta il punto più alto toccato dalla band da almeno tre album a questa parte. “From The Orchestral Grave” vanifica un ottimo lavoro chitarristico iniziale sacrificando il tutto sull’altare di un epic doom che estremizza la lezione dei Warlord trasportando la musica di Mark Zonder e soci a latitudini più estreme, senza però riuscire a colpire nel segno; anzi, il senso di noia provocato da un songwriting banale ed inconcludente ci induce in tentazione di skippare al prossimo brano. I tre lunghi brani finali non cambiano la sostanza di un album che – a parte qualche guizzo vincente – scappa via nel paradosso di voler coniugare la pomposità dell’epic orchestrale con la linearità del funeral doom death, finendo per rendere noiosi anche passaggi ben congegnati. A nostro parere la band ha smesso di essere interessante già da qualche album e non ci sembra vero che ora siano finiti a scimmiottare gli Isole più magniloquenti quando vent’anni fa fungevano da guida di uno dei movimenti più interessanti in ambito estremo; i Funeral però sono sempre più convinti delle loro scelte e le portano avanti con perseveranza, quindi non crediamo ci siano margini di rinsavimento tali da poter sperare di poter risentire Anders Eek e soci tornare ai magniloquenti fasti di “Tragedies” ed “In Fields Of Pestilent Grief”.
