7.5
- Band: FYRNASK
- Durata: 00:58:52
- Disponibile dal: 30/04/2021
- Etichetta:
- Ván Records
I Fyrnask nascono come progetto solista di Fyrdn, nel 2008, per trasformarsi in vera e propria band qualche anno più tardi, dopo l’uscita dei primi due full-length. Da allora la musica dei Fyrnask ha acquisito un grado sempre maggiore di sfumature e complessità. Quello che abbiamo tra le mani è un disco tosto: black metal dagli accentuati toni ritualistici e sentori ambient e drone, pane quotidiano in casa Ván Records. Parliamo chiaramente di black moderno, acido e riverberato, ‘zanzaroso’ in un senso che ha a che fare più coi Neurosis che col grezzo sound norvegese dei primi anni ‘90, e questo perché c’è una briciola di post-hardcore che è difficile tacere completamente (anche solo per le linee vocali, ben lontane dal classico scream).
Anche sotto il profilo delle tematiche siamo di fronte ad un progetto ambizioso: l’ispirazione nasce infatti da un’opera del poeta e mistico persiano Farid al-Din ‘Attar, vissuto a cavallo tra dodicesimo e tredicesimo secolo dopo Cristo. Si tratta di un complesso viaggio a cavallo tra piano fisico e metafisico, tra onnipotenza di Dio e ineluttabilità della sofferenza umana. I cinque musicisti riescono nella sfida di trasporre un certo tipo di suggestioni, antiche, lontane, imperscrutabili, grazie all’apporto di elementi ritualistici e religiosi, che si integrano perfettamente con la trama sonora tradizionalmente metal ed ai quali viene dato completamente campo libero, come nella suggestiva traccia conclusiva “Blótguð”, affidata interamente a strumenti tradizionali e ai canti eterei. In alcuni episodi i Fyrnask centrano perfettamente l’obiettivo: è il caso della traccia di apertura, quella “Hrævaþefr” che da sola riassume bene le molte sfaccettature di questo lavoro. “VII: Kenoma” è un disco scritto bene e suonato anche meglio; l’ottima prova di Alghol dietro le pelli garantisce un certo grado di varietà e i tedeschi riescono in generale – quasi sempre – a non perdere di vista il focus nonostante i molti strati sonori di cui si compongono i brani. Quasi sempre perché un’ora e lunga, e qui di carne al fuoco ce n’è davvero tanta.
“VII: Kenoma” è un album cui bisogna dare tempo e verso il quale è necessario essere predisposti mentalmente, diversamente risulterà facilmente impenetrabile (e indigesto).
Da maneggiare con cautela.
