7.0
- Band: GENGHIS TRON
- Durata: 00:45:40
- Disponibile dal: 26/03/2021
- Etichetta:
- Relapse Records
- Distributore: Audioglobe
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Scheggia impazzita di grind ed elettronica ai tempi dei primi due album, i Genghis Tron che si ripresentano sul mercato sono una creatura ben diversa da quella conosciuta ai tempi di “Board Up The House”, ormai vecchio di tredici anni. Con una line-up rivisitata, che vede comparire, a fianco dei due membri storici Hamilton Jordan e Michael Sochynsky, il cantante Tony Wolski e il batterista di Sumac e Baptists Nick Yacyshyn, la formazione statunitense tronca quasi di netto i rapporti col proprio passato. Niente accostamenti sfrenati, nessuna spericolatezza, nessun assalto scarnificante dove mischiare umano e digitale, via qualsiasi crudezza; i Genghis Tron del 2021 sembrano abbracciare, a modo loro, il metal ‘synth-oriented’ fiorito negli ultimi anni nei contesti più disparati. Unico vero punto in comune con le prime opere, la maestria nel progettare ambientazioni siderali di grande fascino, condensati di elettronica di atmosfera che guardano a un futuro lontano, perso in pensierosi ecosistemi interstellari. Viene meno l’irrequietezza, l’animosità, per concedere spazio a una musica che vive di tocchi morbidi e sonorità liquide, incantevoli.
Beat e chitarre algide, effettate e incorporee si mettono in scia ai synth per interpretare un discorso rivolto alla rilassatezza, all’esplorazione di nuovi mondi, permeati di una luce azzurrina delle identiche tonalità dell’immagine in copertina, di per sé sufficientemente esplicativa di dove vada ora a parare la formazione, che si incanala su queste coordinate senza volgere neanche per un istante lo sguardo all’indietro. Ondeggianti soundscape si aprono e mutano dolcemente, tempi dispari scorrono ora in incalzanti sequenze ritmate, ora dilatandosi in un orizzonte sconfinato, portando a crescendo votati all’estasi, a una ricerca di pace che sembra essere il fulcro emotivo dell’album. In un tale quadro, non sorprende che pure l’approccio vocale sia diametralmente opposto a quello del passato: il nuovo entrato Wolsky canta in modo lievissimo, usufruendo spesso di filtri che conferiscono un’aura robotica ai suoi vocalizzi.
L’impronta generale nella costruzione dei pezzi diventa allora quella di un prog contemporaneo contaminato e sperimentale, dai molteplici rimandi al synthpop, molto pacato, levigato al massimo, consapevolmente freddo e distante. A causa delle limitazioni agli spostamenti dovute alla pandemia, il disco è stato registrato in diversi studi da parte dei singoli musicisti, sotto la regia dell’affermato producer Kurt Ballou, circostanza che non ha influito sulla compattezza della proposta; coesione interna e sguardo unitario verso uno stile rinnovato e personale sono chiari, il perseguimento di propri ideali sonori non fa difetto agli attuali Genghis Tron. Curatissimo nella veste sonora, studiato nei dettagli, perfezionato maniacalmente nell’estetica, “Dream Weapon” è nel suo complesso un album freddo e distante. Esclusi pochissimi momenti di urgenza ed energia, tende ad adagiarsi su un mood sommesso, sornione, così moderato nei toni da diventare quasi soporifero. Pesa probabilmente sul giudizio una scarsa dimestichezza da parte di chi scrive con questi stilemi, che paiono ricordare per certi versi l’evoluzione compiuta dai Cynic con l’altrettanto delicato “Kindly Bent To Free Us”; come in quel caso, lo sguardo ipersereno alla musica e la compostezza in ogni elemento faticano ad avvincere appieno. Prendete quindi con le pinze sia il voto che il giudizio complessivo su “Dream Weapon”, disco di buon valore che ha magari solo il ‘torto’ di affacciarsi a un pubblico ben diverso da quello che era un tempo quello dei Genghis Tron.
