GEOFF TATE – Kings & Thieves

Pubblicato il 10/11/2012 da
voto
6.5
  • Band: GEOFF TATE
  • Durata: 00:53:00
  • Disponibile dal: 30/10/2012
  • Etichetta: Inside Out
  • Distributore: EMI

Primo round. All’angolo rosso Geoff Tate, dotato di un’ugola leggendaria e del suo famoso colpo del lama sputante, mentre all’angolo blu, signore e signori, la sua ex-band, i Queensrÿche, gruppo che ha saputo perdere quella credibilità costruita nel corso degli anni grazie a dischi letteralmente entrati nella storia del rock pe(n)sante. Spesso ci ritroviamo a stigmatizzare i nostri idoli musicali, per poi ritrovarci come degli ingenui bimbi delusi, una volta che ci giungono notizie che li allontanano dalla nostra immagine idealizzata; pensiamo che molti fan della mitica ugola di “Empire” siano rimasti shockati leggendo sul nostro stesso portale di come quell’elegante signore, dai gesti teatrali e dalla voce inconfondibile, abbia gettato scompiglio in seno alla band madre, arrivando all’inevitabile split. Onestamente, abbiamo sempre e sentito solo una campana, in quanto Geoff Tate si è “limitato” a vincere una causa per l’utilizzo del marchio “Queensrÿche”, per ora legalmente utilizzabile da ambo le parti (lui ed il resto della sua ex-band). Ma lasciamo parlare la musica in quello che abbiamo scherzosamente ipotizzato come uno scontro sul ring ma dove, nel caso di un vincitore o di un potenziale pareggio, ne godremmo noi, potendo ascoltare ancora una delle nostre voci preferite e, perché no, anche un auspicato ritorno alle origini del combo di DeGarmo, ora (stando alle loro dichiarazioni) finalmente orfani della causa del loro ammorbidimento musicale e delle azzardate sperimentazioni moderniste. Remandoci contro, castrando ogni nostra velleità registica nel voler creare una sorta di suspance, arriveremo subito al sodo, dicendovi che l’assassino è il maggiordomo, che il super-criminale del film muore, che il disco in questione, questo “Kings & Thieves”, non è un ritorno a sonorità anticamente metalliche, è un disco che segue coerentemente l’anima più attualmente rock e raffinatamente moderna di Tate. Dobbiamo essere sinceri con noi stessi, se il calvo cantante di Seattle avesse proposto un sorta di “Operation Mindcrime III” o “Promised Land II”, l’avremmo accusato di incoerenza, di aver seguito magari una strategia commerciale, per poi forse criticarlo (colpo di grazia!) in quanto incapace di raggiungere gli acuti ultrasonici che esibiva vent’anni fa. Ci avevamo sperato però…almeno un poco. Il Nostro pubblica per Inside Out il suo secondo disco solista (il primo, omonimo, pubblicato per Sanctuary Records nel 2002), una raccolta di canzoni hard rock, decisamente soft, suonate con gusto, eleganza, graziate da una produzione che mette in evidenza la splendida e rotonda voce di Tate e la sezione ritmica, con dei suoni di batteria oggettivamente belli, che insieme ad un basso incalzante e perennemente sotto le luci dei riflettori, costituisce quella struttura armonica che tanto sembra esser cara al Tate versione 2.0. Brani in cui il groove costituisce il 70% del tutto, in cui le chitarre sono davvero soft, pur prodigandosi (come nel caso della traccia “She Slipped Away”) in assoli degni di nota, tecnici ma sin troppo “educati”, quasi non volessero infastidire le delicate orecchie dell’ascoltatore. Una tastiera che alterna suoni moderni e futuristi a tappeti di organi vintage ma mai caldi quanto servirebbero, sorregge la voce di Geoff, là dove le chitarre seguono il tutto in ombra, quasi mai con riff incisivi, ma bensì con fraseggi mutuati dal funky o dal pop più aulico e progressivo donando al tutto una profondità ed una stratificazione notevole. Il cantante, famoso per le sue quattro ottave di estensione, canta molto bene per tutta la durata di questo importante passo della sua carriera, accarezzandoci i padiglioni auricolari con il suo timbro inconfondibile, il suo vibrato mai stucchevole e le sue interpretazioni sentite, coinvolte e coinvolgenti, purtroppo però non sempre azzeccando il ritornello giusto, o la strofa atta a creare un attesa. Si cade (mai rovinosamente) in alcuni frangenti, come nella bruttina “Say U Luv It”, rovinata da una metrica che sembra strizzare l’occhio alla peggior classifica americana, dove finalmente però si potevano udire delle chitarre distorte come Dio (R.I.P.) comanda. Manca forse una scossa a questo disco, un assolo fragoroso o un brano maggiormente heavy, arenandosi invece in un mood forse esageratamente sommesso ma comunque apprezzabile. Bella ma non trascendentale (ma avremmo pagato per averla su uno degli ultimi dischi dei Queensrÿche) la ballad “Tomorrow” e piacevole la dinamica “Dark Money”. Echi quasi “pinkfloydiani” sulla pacata “Waiting”, con splendide chitarre dai suoni ricercati ed azzeccati. Concludendo, la valutazione di questo disco è legata a doppio filo alle nostre aspettative: se desideravamo un improbabile platter prog-metal, non potremmo che restare delusi, ma se ci armeremo di buon senso, apertura mentale, gusto e pazienza (ascoltando il disco diverse volte), scopriremo in questo “Kings & Thieves” un buon prodotto, splendidamente suonato e cantato. Ci permettiamo di consigliarvi di versarvi del buon vino (magari quello prodotto dallo stesso Tate e chiamato “Insania”) e dotarvi di un buon paio di cuffie, vi aiuteranno a cogliere ogni sfumatura ed apprezzare la splendida produzione, spesso complice nel mettere in secondo piano l’eterogeneità qualitativa delle pur buone composizioni. Musica elegantemente educata e raffinata.

TRACKLIST

  1. She Slipped Away
  2. Take A Bullet
  3. In The Dirt
  4. Say U Luv It
  5. The Way I Roll
  6. Tomorrow
  7. Evil
  8. Dark Money
  9. These Glory Days
  10. Change
  11. Waiting
5 commenti
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