7.0
- Band: GHOST IRIS
- Durata: 00:36:00
- Disponibile dal: 07/05/2021
- Etichetta:
- Long Branch Records
- Distributore: Audioglobe
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I ragazzi danesi non amano stare troppo con le mani in mano, ed hanno mantenuto finora la media di un’uscita ogni diciotto mesi. Dagli albori prog metalcore/djent, i Nostri hanno operato una sensibile limatura del proprio sound con questo ultimo “Comatose”, andando ad accantonare per il momento le architetture arzigogolate del passato in funzione di una forma canzone molto più semplice ed immediata, che strizza molto spesso l’occhio al format più gettonato del metalcore melodico a stelle e strisce, con l’innegabile valore aggiunto dato dalla presenza dietro al microfono dell’incredibilmente dotato Jesper Gün, tra i vocalist più completi e dotati della scena. Il lavoro comincia subito a bomba con il primo singolo “Desert Dread”, con la partecipazione del buon Mark Hunter dei Chimaira, nel quale la band setta subito il tono di questo “Comatose”, ovvero bordate pompate e taglienti ma senza eccessivi ghirigori, bastioni di groove senza quartiere, intervallati da ritornelli altamente melodici e orecchiabili. Un altro lampante esempio di ciò è sicuramente l’altro singolo “Cult”, dove il quartetto di Copenaghen intreccia un’ideale commistione tra Architects e BMTH, sfornando uno dei pezzi più validi della propria (ancora relativamente breve) storia. Da notare bene che i Ghost Iris non hanno comunque dimenticato come pestare duro, e pezzi come “Paper Tiger” o “Power Schism” danno all’ascoltatore un promemoria a riguardo, con accordature ultraribassate, accelerazioni e blastbeat a prova di cervicale. Il resto della tracklist scorre con fluidità, lasciandoci abbastanza soddisfatti con eccezione fatta per qualche piccolo calo di forma e tono sul lato B del platter, con alcuni episodi dove emerge il mestiere rispetto all’ispirazione.
I Ghost Iris sfornano senza ombra di dubbio il loro disco più conciso e lineare, con un occhio di riguardo verso la facilità di fruizione da parte del pubblico, ma senza snaturare la propria identità di base. Il risultato finale è comunque egregio, e vedremo se questa scelta pagherà in termini di successo o meno.
