GHOSTHEART NEBULA – Blackshift

Pubblicato il 15/10/2024 da
voto
7.5
  • Band: GHOSTHEART NEBULA
  • Durata: 00:57:37
  • Disponibile dal: 17/10/2024
  • Etichetta:
  • Meuse Music Records

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I Ghostheart Nebula sono un gruppo difficilmente inquadrabile: partendo da una chiara matrice doom metal, la band milanese non disdegna incursioni nel death metal, nel black metal e nel post-rock, al servizio di un immaginario legato allo spazio. “Ascension”, uscito tre anni fa, rappresentava l’esordio su lunga distanza dopo l’EP “Reveries” del 2018 ed era la materializzazione di un pellegrinaggio attraverso mondi ignoti, contraddistinto da un suono glaciale ma al tempo stesso maestoso e variegato.
Il nuovo “Blackshift” è la prosecuzione ideale di questo viaggio: un percorso altrettanto intrigante e spaventoso nell’oscurità, probabilmente una metafora della nostra condizione di solitudine; in sintesi estrema, si potrebbe parlare di un punto di incontro improbabile ma riuscito tra la malinconia dei Draconian e le fughe cosmiche dei Darkspace, una furia estrema che si combina con atmosfere suadenti e delicate.
Il lavoro dei sintetizzatori che si contrappongono alle chitarre è di certo fondamentale nel creare questa tensione, ma da sottolineare è soprattutto l’opera dei due cantanti: il growling di Maurizio Caverzan è intenso e profondo, e spesso muta in uno screaming disperato o in un pulito sussurrante, mentre Lucia Amelia Emmanueli, in pianta stabile nella formazione dopo aver presenziato come ospite in passato, aggiunge trame vocali eteree ed eleganti che amplificano la sensazione di smarrimento. Le voci si rincorrono e si intersecano, spesso si accavallano, in una sovrapposizione di luci e vuoti che sarà l’impronta di tutto il disco e che trova il suo apice in “The Opal Tide”, un brano emozionante che mette realmente a nudo la fragilità dell’essere umano.
“Sunya”, impreziosita da un assolo ad opera dell’ex Lacuna Coil Diego Cavallotti, è il pezzo più diretto e meno cerebrale, una sorta di sfogo senza uscita; sulla stessa lunghezza d’onda viaggia  “Naught, I”, dolorosa e travolgente e, nel bel mezzo del suo impeto, fa la sua apparizione lo scienziato Carl Sagan, con il celebre discorso “Pale Blue Dot”, a ricordarci come il nostro pianeta sia solo un granello di sabbia insignificante in confronto a tutto ciò che lo circonda. “Infinite Mirror” è un dialogo toccante tra due esseri lontani anni luce, con le chitarre acustiche di Øystein G. Brun a ricamare il tappeto sonoro nella parte centrale della canzone. Un cenno la merita la produzione, ancora una volta ad opera dello stesso Brun che, con suoni gelidi e cristallini, coglie esattamente l’essenza di questa musica.
“Blackshift” prosegue il percorso intrapreso con il già ottimo “Ascension” con una veemenza ed una grazia ancor più spiccati, e per questo motivo rappresenta ben più di una conferma per il gruppo lombardo.

 

TRACKLIST

  1. VdB 141 IC 1805
  2. Sunya
  3. The Opal Tide
  4. Naught, I
  5. Infinite Mirror
  6. Blackshift
  7. Traces
  8. Orphan Of Light
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