7.5
- Band: GO AHEAD AND DIE
- Durata: 00:41:15
- Disponibile dal: 20/10/2023
- Etichetta:
- Nuclear Blast
A due anni dall’esordio, Max Cavalera ed il figlio Igor Amadeus tornano con il secondo album dei Go Ahead And Die e con il nuovo batterista Johnny Valles. L’illustre cognome del duo aiuta certamente a fare da cassa di risonanza, ma, in questo caso, la mente dietro al progetto non è il celeberrimo ex cantante dei Sepultura quanto la sua prole, che può vantare già una discreta esperienza e che, a livello di gusti musicali, non sembra allontanarsi troppo dalle scelte del padre.
D’altronde buon sangue non mente e, come era facile prevedere, ci troviamo ad ascoltare un thrash-death metal battagliero e suonato come si faceva una volta, più precisamente negli anni ’80 e ’90; la differenza, in realtà lieve, rispetto all’omonimo debutto, è una riduzione della componente crust e di qualche ritornello catchy a favore di sonorità ancora più estreme e di stampo prettamente death metal. L’impegno politico, o più precisamente uno sguardo sulle storture di questa società, è sempre al centro del progetto, e questa volta in particolare l’attenzione è rivolta alla sanità mentale che sta venendo meno, con tutte le conseguenze che ne derivano, tra violenza, suicidi, depressione. Si capisce che Max e Igor Jr. sono arrabbiati, e ci tengono a farcelo sapere con le loro urla, il loro linguaggio forte e diretto ed un ammasso di riff ben accompagnati dai blast-beat e dai d-beat della batteria, eredità del punk che si sente chiaro e forte, per esempio, in un pezzo come “Drug-O-Cop”.
Sembra che, proprio per essere più vicini ad una dimensione live, Valles abbia registrato le sue parti in un’unica sessione, senza ausili di nessun tipo e, in effetti, la resa dei pezzi è cruda e diretta come si addice al genere; la ferocia delle linee vocali è la perfetta chiusura del cerchio.
Se i riferimenti sono ovvi, ossia tutto ciò che va dai Discharge agli Entombed, passando per Napalm Death e primi Sepultura, qualche piccola sorpresa la troviamo in “Cyber Slavery”, con accenni di industrial della prima ora, e nel delirio alla Voivod che è il finale della title-track. Brani più canonici come “Tumors” o “Desert Carnage” – una desolante rappresentazione di un ostile deserto dell’Arizona, dove i due brasiliani vivono – sono delle vere e proprie mazzate piene di rabbia e disperazione.
“Unhealthy Mechanism” è uno di quei dischi che immediatamente tendiamo a bollare come ‘roba trita e ritrita’, ma che, alla fine, ascoltiamo più di altri, poiché ne percepiamo la schiettezza e ne condividiamo il messaggio: tutto ciò serve ai Cavalera per scaricare il loro odio e la loro frustrazione e per comunicarci che non siamo soli a soffrire in questo mondo.
