7.5
- Band: GOATH
- Durata: 00:53:38
- Disponibile dal: 30/05/2025
- Etichetta:
- Ván Records
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In un roster – quello della Ván Records – dove eleganza e ricerca la fanno spesso da padrone, i Goath continuano a portare avanti un discorso musicale basato su un’intransigenza fiera e ostinata; un bisogno quasi fisico di immergersi nel vasto calderone del metal estremo di fine anni Ottanta/inizio Novanta, e da lì, affrontatene le correnti con un ghigno beffardo stampato sul volto, non volerne più uscire, traducendo l’euforia diabolica sperimentata sulla propria pelle in album che suonano come una dichiarazione d’amore verso quanto emerso dalle ombre dell’underground in quel periodo storico irripetibile.
Un approccio che, finora, aveva sicuramente permesso al trio bavarese di attirare favori e simpatie, specie in madrepatria, ma che a ben vedere non si era mai spinto oltre una certa soglia di apprezzamento e risonanza, con lavori tanto veraci e curati (si notino pure le copertine di Misanthropic-Art) quanto incapaci di elevarsi sull’offerta black/death contemporanea, per una parabola artistica da cui – in buona sostanza – non sembrava ci si potesse più aspettare chissà quale rilancio o cambio di passo.
Invece, contro le aspettative iniziali, e a quattro anni di distanza da “III: Shaped by the Unlight”, ecco Goathammer e compagni riaffacciarsi sul mercato con un’opera che ne perpetua la manualità artigiana in modo molto più vivace e accattivante rispetto al passato, declinandola in un processo di assemblaggio dove spunti black, death e thrash fermi al ’91 si inseguono in brani ora dritti e ferocissimi, nei quali è impossibile non ravvisare l’influenza di Blasphemy, Deicide e Slayer, ora densi e strutturati, i quali finiscono per scomodare il senso di estasi e solennità dei migliori Morbid Angel.
Nessuna vera novità dal punto di vista stilistico, insomma, quanto piuttosto un taglio più rifinito, rotondo e meglio strutturato del songwriting, la cui forza va ovviamente rintracciata in un guitar work che, senza reinventare la ruota, diventa qui in un’autentica fucina di riff poderosi e vincenti, in grado di farsi subito ricordare e di esprimere, anche nei frangenti più disadorni e brutali, la rinnovata vena compositiva della formazione.
È come se i Nostri, studiato minuziosamente il songbook dei maestri, non si fossero più limitati al compitino, ma ne avessero estratto l’essenza primigenia per concepire una tracklist in cui l’omaggio al passato si tinge di ingegno e ambizione, con episodi come “Beneath the Scum”, “The Swarm”, “Coitus Eden”, “Dogs of Heaven” o “Schwefeltaufe”, lunga semi-strumentale dall’incedere tenebroso e rarefatto, a sancire un ritorno autorevole e maturo nella sua intrinseca nefandezza.
