7.5
- Band: GODSMACK
- Durata: 00:49:33
- Disponibile dal: 02/09/2014
- Etichetta:
- Spinefarm
- Distributore: Universal
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Godsmack atto secondo – alla conquista del mondo. Come molti altri gruppi nati sotto la bandiera a stelle e strisce (Creed, Sevendust, Drowning Pool, Staind, etc.), i quattro di Boston sono considerati delle autentiche rockstar in patria – successo testimoniato, oltre che dalle vendite milionarie, dal ruolo di ‘ambasciatori’ della loro città natale, riconosciuto loro dal sindaco in persona – e poco considerati negli altri continenti. Che sia questo “1000HP”, sesto capitolo discografico dopo un silenzio di quattro anni, il definitivo trampolino di lancio su scala mondiale, come peraltro auspicato dal frontman Sully Erna? Molto dipenderà dai tour di supporto, ma di sicuro, pur mantenendo inalterati i tratti distintivi del Godsmack-sound, quello che ci troviamo di fronte è l’album più variegato nella discografia dei Nostri, frutto del lavoro corale di una band rodata da anni di esperienza, ma ancora capace di mettersi in gioco. Tirato a lucido e rombante come la due ruote del tamarrissimo singer italo-americano, l’album parte subito a mille (!) con l’auto-celebrativa title-track, primo singolo destinato a fare sfracelli in sede live (specie nel poetico ritornello, al grido di ‘Take that shit out louder‘), ed espressione dell’anima più stradaiola dei Nostri. Sulle stesse coordinate rockeggianti, più vicine all’alternative dei Buckcherry che al caratteristico Seattle sound, si muovono anche “FML” (acronimo di Fuck My Life, a proposito di poesia) e “Locked & Loaded”, mentre la prima sorpresa arriva con “Something Different” (nomen omen), le cui inedite orchestrazioni regalano una brusca sterzata di malinconica energia, coniugando al meglio l’anima più intimista (intravista nell’EP acustico “The Other Side”) con l’aggressività cui siamo abituati. L’altra, riuscitissima, sorpresa è rappresentata da “Generation Day”, sorta di tributo alla scomparente ‘generazione analogica’ (quella di chi è cresciuto con dischi e vinili), in cui rock, nu-metal, blues e grunge si fondono in un unico insieme: pronta ad incendiare le folle come canzone di apertura in sede live, rappresenta alla perfezione, insieme a “Nothing Comes Easy”, l’anima più epica del quartetto di Boston. Detto della parte ‘sperimentale’, il resto della tracklist viaggia su binari più tradizionali, senza per questo perdere in qualità: tra pezzi rocciosi alla “I Stand Alone” (“What’s Next”, “I Don’t Belong”) e reminiscenze dei padri putativi Alice Chains (“Livin’ In The Gray”, “Turning To Stone”), il lato B riprende tutti gli elementi che hanno la fortuna di Erna e soci, confermandone l’eccellente stato di forma anche in un contesto più ‘classico’. Accusati fin dagli esordi, a torto o a ragione, di poca inventiva, i Godsmack dimostrano, ora più che mai, di possedere quelle doti mancanti al 90% dei colleghi mascelloni. Non solo testosterone, mestiere e patriottismo, ma anche sudore, classe, e cuore; quanto basta per percorrere la rotta di Cristoforo Colombo al contrario.
