7.0
- Band: GODTHRYMM
- Durata: 01:00:01
- Disponibile dal: 18/08/2023
- Etichetta:
- Profound Lore
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“Distortions”, nuovo disco degli inglesi Godthrymm, è quello che ci vuole per farvi diventare un tutt’uno con la vostra postazione d’ascolto davanti allo stereo, nel torrido caldo di agosto: un’ora di sostanzioso doom metal che pesca tanto dall’epicità polverosa di Candlemass o Solstice (che infatti vedono la presenza di ex membri in questa formazione) quanto dai paesaggi carichi di spleen in bianco e nero di My Dying Bride (da cui provengono il batterista Shaun Taylor-Steels e il cantante e chitarrista Hamish Glencross) e Paradise Lost, con in più un certo tocco rètro novantiano (specialmente nell’uso delle tastiere, si ascolti ad esempio l’iniziale “As Titans”) a condire il tutto a puntino.
Alternando passaggi cadenzati il giusto per tenere allenati i muscoli del collo – come quello in apertura di “Devils”, che però sul finale sembra leggermente perdere il filo del discorso – a momenti in cui le atmosfere si fanno più raccolte, intime e sospese, portando più in superficie la propria parte più emozionale, il secondo lavoro del gruppo di Halifax (toh!) risulta stratificato su note dolenti di chitarra e un comparto ritmico impegnato a segnare quel tempo dilatato ed epico che inevitabilmente farà la gioia degli appassionati di doom a trecentosessanta gradi e a qualsiasi latitudine, come quello che sostiene “Echoes”. E se la voce limpida e cristallina di Catherine Glencross trasporta in alcuni punti “Obsess And Regress” o la struggente, conclusiva “Pictures Remain” su panorami luminosi (senza però, per fortuna, indugiare ad ogni costo nella ricerca di un lirismo o soave poesia), è il cantato di di Hamish a suscitarci sentimenti contrastanti: pur sposandosi benissimo con il sostrato musicale e la proposta malinconica del gruppo, il tono nasale, effettato e dalle inflessioni vagamente metalliche ci ha ricordato davvero un po’ troppo quello del ‘cugino’ Nick Holmes; non sappiamo quanto questo sia voluto o meno, ma forse un po’ più di personalità e variazione non avrebbero guastato.
Questo, e un paio di uscite non particolarmente a fuoco (gli assoli della già citata “Obsess And Regress”, una leggera, rugginosa frizione nel raccordo delle varie parti di “Unseen Unheard”), costituiscono difetti trascurabili se appunto l’amore per la musica più lugubre, rallentata e devastante è più forte di tutto, ma non cancellabili, neanche dalla comparsata di ‘Sua Maestà’ Aaron Stainthorpe in “Follow Me”, e vanno ad appannare leggermente “Distortions” che, al netto di questi, appare comunque come un disco affascinante, solido in cui amore, morte, dolore, luce, buio e tristezza sono gli ingredienti, mescolati e trasposti in musica durante gli anni della pandemia, che il quartetto utilizza nel costruire i sette pezzi di questa seconda fatica (targata ancora una volta Profound Lore).
Noi aspettiamo con trepidazione il taglio del cordone ombelicale con le ‘band madri’ per vederli brillare davvero.
