7.5
- Band: GODTHRYMM
- Durata: 00:45:54
- Disponibile dal: 29/05/2026
- Etichetta:
- Profound Lore
I Godthrymm sono uno degli esempi di come la vena meditabonda, intrisa di melanconia e classicismi, scorra ancora potente nel doom di scuola britannica: il nuovo “Projections”, terzo album e capitolo conclusivo di un ideale concept sulle visioni (insieme ai precedenti “Reflections” e “Distortions”) sotto l’egida della Profound Lore, è ancora una volta specchio e fucina di quella particolare accezione di doom in cui la nostalgia tremebonda dei Paradise Lost e My Dying Bride si fonde con quella più epicheggiante di Solstice e, spostandoci di latitudine, Candlemass.
Questo non deve stupire, visto che il mastermind della band, Hamish Glencross, ha militato sia nei secondi che nei terzi (oltre ai Vallenfyre) insieme al batterista Shaun Taylor-Steels: insieme, i due hanno saputo riportare quel bagaglio di sonorità crepuscolari, inflessioni di accordi, pattern ritmici anche all’interno di questa formazione ed in questa nuova uscita, che alla luce di ciò risulta, ancora una volta, una solida ed orgogliosa dichiarazione di appartenenza ad un ecosistema definito e codificato.
Sin dall’iniziale “Trenches Deep” (che vede anche le comparsate dietro al microfono di Adie Bailey degli English Dogs e Jay Walsh degli Xentrix in veste di ospite), caratterizzata da un piglio particolarmente muscolare e con un riffing tanto plumbeo quanto aggressivo (capace di ricordarci alla lontana proprio i Paradise Lost di “Draconian Times”), ritroviamo il quintetto inglese in buona forma; i quarantacinque minuti abbondanti del platter scorrono via con fluida solidilità grazie alle capacità dei cinque di coniugare spleen, aperture melodiche (soprattutto nelle chitarre, impreziosite dal lavoro di tastiera di Catherine Glencross) e momenti più cadenzati e pesanti, in cui la sfumatura più epicheggiante si fa decisa ed evidente.
Così, ritroviamo questo perenne alternarsi di equilibri in “Truth On My Own” e “The Sun That Never Fell”, in cui la voce di Catherine stempera le inflessioni metalliche di Hamish, arabescando una sezione ritmica tiratissima nella prima, e un andamento deliziosamente gotico e più rallentato nella seconda, dove sono le sei corde a dettare il saliscendi emotivo accanto alle voci, mentre “Endure My Skin” parla chiaramente con la voce della Sposa Morente, grazie anche all’impeccabile aplombe di Aaron Stainthorpe (da poco fuori dalla formazione), che ne accompagna solennemente l’andamento più rugginoso, raccolto e luttuoso.
La tastierista e cantante invece è protagonista del finale di disco, in cui si abbandonano, come già successo in passato, parzialmente le strutture roboanti in favore di una dimensione più intima e sospesa (“Jewels”), dai tratti più onirici (“Hope Is Eternal”), nella quale è difficile non intravedere in controluce la personalità dei nostrani Messa, tanto a livello vocale che quello strumentale.
Ci sembra che, nel costruire il capitolo finale della trilogia, i Godthrymm abbiano lavorato ancora di più di cesello, asciugando la scrittura senza però impoverirla e affinando ulteriormente l’alchimia tra le due anime dello stesso genere, come già evidenziato, e non possiamo che riconoscere quanto la musica di “Projections” ne benefici, rendendolo un album che, per gli amanti del doom metal declinato in tale maniera, rimarrà nello stereo per più di un ascolto.
Pur considerandolo appunto un buonissimo disco – come testimonia il voto in calce – non riusciamo però a scrollarci del tutto di dosso la sensazione che ci sia, ancora, del potenziale inespresso nel gruppo: i musicisti sono comunque veterani che hanno in parte contribuito a plasmare questo genere in questa precisa accezione, ma è come se rimanessero ancora un po’ ‘troppo’ ancorati lì nella loro comfort zone. È evidente come questa risulti loro particolarmente solida e agevole, vista anche la bontà della musica, ma crediamo che con il giusto guizzo di novità possano svalicarla senza per forza rivoluzionarla o abbandonandola ad ogni costo.
Un ascolto indicato per chi ha consumato le opere omnie dei gruppi citati nel primo paragrafo, e per chi non ha intenzione di schiodarsi da quelle coordinate geografiche e musicali.
