GONE IS GONE – Echolocation

Pubblicato il 17/04/2017 da
voto
7.5
  • Band: GONE IS GONE
  • Durata: 00:54:55
  • Disponibile dal: 06/01/2017
  • Etichetta: Rise Records
  • Distributore:

Il grosso tappo creativo che spesso mortifica i cosiddetti side project è l’incapacità degli interpreti di mettere a fattor comune le rispettive conoscenze e generare musica che si discosti chiaramente dalle band di provenienza o da altre ben note esperienze passate. Nel caso dei Gone Is Gone, la coabitazione in line-up di gente come Troy Sanders (Mastodon, basso e voce), Troy Van Leeuwen (Queens Of The Stone Age, chitarra), Tony Hajjar (At The Drive-In, batteria), Mike Zarin (polistrumentista, affermato compositore di colonne sonore per film e videogame) si è rivelata vincente già nell’EP omonimo uscito a luglio 2016. Il full-length rilasciato solo qualche mese dopo, ai primi di gennaio, conferma la solidità di una ‘squadra’ con le idee chiare e che non ha paura di cambiare, anche di molto, il modo di suonare per cui ogni singolo musicista è noto. Considerato quanto ‘agitate’ siano band come Mastodon, Queens Of The Stone Age e At The Drive-In, può lasciare straniti il fatto che “Echolocation” sia un disco fondamentalmente tranquillo, che anche quando attinge a ritmiche corpose e chiaramente stoner – inconfondibile il tocco chitarristico di Van Leeuwen – non perde il suo aplomb. Pur divagando, e molto, senza dare a intendere di seguire strade affollate e di voler omaggiare per forza scenari d’altri tempi, la tracklist deve parecchio a certa elettronica minimale anni ’80 e all’alternative novantiano. Il suono tende ad essere asciutto e a respirare in dilatazioni ritmiche sonnacchiose, l’assenza di strappi e scatti d’ira concede spazio per arrangiamenti candidi e mutevoli, nei quali emerge la cifra dei musicisti e la capacità di tratteggiare panorami di solitaria bellezza senza riempire di soluzioni a effetto le canzoni. “Gift” e “Resurge” sono qua per cullarvi, le chitarre pennellano ninne nanne psichedeliche, il tono sempre liscio e gentile, nel quale si possono rinvenire piccole inquietudini di fondo, sospetti di un rannuvolamento all’orizzonte che infine non si manifesta. Si accordano le une con le altre melodie soffici e piccine e la sorprendente vocalità di Sanders, lontanissimo dal camaleontico metodo brutale dei Mastodon: nei Gone Is Gone sussurra, avvicinandosi al grigio decantare della darkwave, standosene comunque ben lontano da imitazioni di bassa lega. Piuttosto, è nelle minuzie della voce, il volume della stessa che si alza e abbassa gradatamente, nello schiarirsi e nello scurirsi dei toni che “Echolocation” prende forma e colore. Le increspature più dure rappresentano invece un tratto più usuale e meno caratterizzante e, quando le canzoni si svuotano d’impatto, ecco uscire appieno la bellezza dei Gone Is Gone: pensiamo a “Dublin”, delicata danza trip-hop che ingloba in una gradita coperta di malinconia grazie a un semplice intrico di synth, un monotono rintoccare di tamburi e piatti e un basso rimbombante. Anche la gestione di groove grumosi e lievemente ossessivi non lascia sgradite impressioni, e da questo punto di vista la distorsione di “Pawns” coglie nel segno, quasi senza sforzo, come ci colpiscono al cuore le note di totale abbandono di “Colourfade”, in cui palpitazioni e fruscii ritmici si sincronizzano al grattare sornione dei sintetizzatori, che portano spesso in territori alla Depeche Mode con una classe rara. Le seduzioni elettroniche concedono un altro gioiello traslucido in “Roads”, che sembra arrivare da “Host” dei Paradise Lost e attraversare gli ultimi vent’anni di musica con il fascino immutato di quei suoni che non invecchiano, non perdono vigore né capacità comunicativa neanche quando la percezione del pubblico, tutt’attorno, sembra cambiare completamente. Le doti affabulatorie del singer dei Mastodon catalizzano le attenzioni nello scoppiettare di effetti di “Slow Awakening”, mentre cadenze quasi industriali traghettano a passo lento verso il suo contraltare “Fast Awakening”, traccia contagiata da un’energia quasi solare e sbarazzina. Ottima anche la title track in chiusura, che si lascia scartare un poco per volta come se fosse un regalo prezioso, crescendo in intensità attorno a una melodia da carillon, trascinata con piglio sicuro e mellifluo da un Sanders nuovamente in grande spolvero. Fatto il callo all’incedere narcolettico dell’insieme, “Echolocation” può fungere da classico disco di rottura in una sana dieta metal e hard rock. Scoprendo così un lato nascosto di musicisti fin’ora noti per ben altre sonorità.

TRACKLIST

  1. Sentient
  2. Gift
  3. Resurge
  4. Dublin
  5. Ornament
  6. Pawns
  7. Colourfade
  8. Roads
  9. Slow Awakening
  10. Fast Awakening
  11. Resolve
  12. Echolocation
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