6.0
- Band: GRAVE DESECRATOR
- Durata: 00:40:19
- Disponibile dal: 12/05/2023
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Diciamo che non stupisce molto il ritorno dei brasiliani Grave Desecrator, viste le fattezze di questo quarto album, “Immundissime Spiritus”: thrash-death alla primissimi Sepultura, Sarcofago, Mutilator, per quaranta minuti di violenza su chitarre, con gran pochi momenti dedicati alla riflessione e alla contemplazione. Sebbene la cosa suoni un po’ stancante alla lunga, non possiamo che apprezzare l’attitudine di questi mattacchioni di Rio De Janeiro, che continuano a fingere di essere di un altro periodo storico e che, cosa non da poco, il loro sporco lavoro lo sanno fare, se non con eleganza, con degna cognizione di causa. Fatichiamo a ricordare anche solo un riff dopo l’ascolto di questa quarta opera, tanto sono sparati a mille e tutti simil l’un l’altro, ma sul momento l’impatto ci piace. I brani sono davvero turpi e sbattuti in faccia all’ascoltatore in maniera quasi commovente, tuttavia hanno una certa ossatura che non può non farci fare un sorrisino: dal riffing praticamente black con cui si apre il disco, ad opera di “Necromantical Hex” a qualche apertura di respiro vagamente più cadenzato (“Finis Hominis”, che ricorda in qualche maniera i Death dei primi due dischi nel riffing prima di trasformarsi in una canzone degli Slayer, oppure “Occult Bewitchment”, dotata di un po’ di personalità grazie a un incedere abbastanza dinamico).
Da segnalare inoltre una morbosa cover di GG Allin, “Fuck The Dead”, portata all’ennesima potenza, piacevole tributo ma privo dell’aria marcia dell’originale. Insomma, a parte qualche momento francamente insensato come “Missa Pro Defunctis”, una specie di intro a metà disco che non porta a niente, o l’intermezzo parlato di “Fogo Fàtuo” – brano scelto per un video – questo “Immundissime Spiritus” – autoprodotto dalla band, che ha coniato la label Caverna de Sangue per l’occasione, e poi dato in licenza a varie etichette in giro per il globo – ci fa fare un bel viaggetto nella rozzezza primitiva di un genere che non smetterà mai di piacerci, ma che, a meno di non essere fanatici di tale deriva, non torneremo a riascoltare troppo spesso, questo anche per via di qualche soluzione troppo facile da intuire tra un passaggio e l’altro, al di là della buona forma in cui possa trovarsi la band. Spassoso ma tutto qui.
