7.0
- Band: GRAVES FOR GODS
- Durata: 00:39:33
- Disponibile dal: 23/01/2026
- Etichetta:
- Meuse Music Records
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Tra i gruppi che si accingono ad inaugurare questo nuovo anno metallico troviamo gli australiani Graves For Gods, compagine di Adelaide attiva da circa un lustro e già autrice di un album intero di inediti, “The Oldest Gods”, uscito nel 2022, che è un po’ la prova generale di questo nuovo “Last Light Fades”, molto simile, ma leggermente più curato nei suoni e negli arrangiamenti.
Siamo in pieno territorio death doom britannico anni Novanta: la compattezza e fluidità delle chitarre a cura di Jak Shadows e Matt Spencer rimandano agli Anathema dei primi lavori, alcune melodie ai My Dying Bride, qualche spunto solistico caratterizzato dall’uso del wah-wah a Gregor Mackintosh nei Paradise Lost, mentre la voce dello stesso Shadows ricorda Aaron Stainthorpe nei My Dying Bride, in virtù dell’alternanza tra growl molto profondi e gutturali e scream di impostazione quasi black metal, più alcuni recitati con voce cavernosa ma pulita. La batteria di Ryan Quarrington è asciutta, precisa e volta più a mantenere l’atmosfera ossianica e dimessa, piuttosto che a prendere il sopravvento sugli altri strumenti; il basso, sempre a cura di Matt Spencer, si limita a fare da ponte tra chitarre e batteria con pochissime note, quelle essenziali.
Nel dettaglio la proposta si dispiega in questa maniera: lunghe e lente composizioni, sui dieci minuti, in tutto quattro più un semi-strumentale più breve, a metà disco, a fungere da intermezzo.
L’aspetto più interessante è costituito dalle armonizzazioni di chitarra, veramente ben studiate e di indubbia classe e raffinatezza, come il genere richiede. Talvolta insistono su lunghi arpeggi elettroacustici, ma mai indugiano su partiture death metal, e in questo assomigliano parecchio al duo italo-americano dei Forever Falling: in entrambi i casi si tratta di musica plumbea e drammatica, ma la componente death metal è relegata alla sola voce solista, in quanto non si rilevano accelerazioni, né riff di matrice estrema.
Un altro aspetto che accomuna le due compagini è la contingenza al funeral doom, esplicitata nell’estrema lentezza, lunghezza e ieracità delle composizioni, e sottolineata nei Graves For Gods dai testi nichilisti, che parlano di profonda decadenza etica e spirituale, senza lasciar intravedere un minimo bagliore di speranza.
Molto significative le prime due composizioni: “Perpetual Fell”, che presenta una parte centrale magistrale che ricorda addirittura qualcosa dei Tool di “Lateralus” o “10,000 Days” negli emozionanti passaggi soffusi, e “The Dark Age”, col suo inizio capace di evocare gli indimenticabili primi lavori dei My Dying Bride.
Nella valutazione finale del disco è inevitabile andare a ripercorrere a grandi linee quanto già analizzato in sede di recensione del secondo lavoro dei già citati Forever Falling, “The Determinism Of Essence In Matter” di due anni fa: la bravura dei Graves For Gods, come quella dei Forever Falling, sta nel non andare mai sopra le righe, creando un’atmosfera assolutamente compatta, coerente e, dal punto di vista prettamente sonoro, di notevole impatto e accuratezza; viene insomma sacrificata la dinamicità delle composizioni per ottenere un effetto quasi psichedelico, che avvicina gli australiani addirittura al territorio dello stoner metal.
Croce e delizia di questo approccio musicale è la definizione di un vero e proprio canone a cui aderire totalmente, precludendo la possibilità di qualsiasi deroga o variazione: ne giova l’omogeneità di fondo, che accompagna la proposta sui binari di una quasi perfezione formale, cassando però qualsiasi aspettativa di sussulti o sorprese. Un metodo diffuso, come si evidenziava, nel funeral doom e nello stoner e in generale in diverso metal contemporaneo, che mediamente brilla, rispetto al passato, per precisione e musicalità, ma al contempo tende a risultare, se la ricerca di queste diventa eccessivamente preponderante, alla lunga impersonale e derivativo.
Non si può dire però che gli australiani non ci mettano del loro, anzi, la cifra stilistica adottata denota un orecchio attento alle ultime tendenze e la capacità di farle proprie: purtroppo, però, ciò non basta a rendere questo “Last Light Fades” di assoluto interesse, se non per una ristretta cerchia di appassionati.
