GREEN CARNATION – A Dark Poem, Part 1: The Shores Of Melancholia

Pubblicato il 02/09/2025 da
voto
8.5
  • Band: GREEN CARNATION
  • Durata: 00:42:43
  • Disponibile dal: 05/09/2025
  • Etichetta:
  • Season Of Mist

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Finalmente ci siamo. Dopo alcuni segnali di buona salute e voglia di ricominciare disseminati nell’ultimo decennio, stavolta i Green Carnation tornano sul serio e in grande stile, con un’opera ambiziosa, di notevole gusto ed estremamente matura.
Come si può intuire già dal titolo, questo nuovo “A Dark Poem, Part 1: The Shores Of Melancholia”, presentato dalla bellissima illustrazione di copertina di Niklas Sundin, è il primo capitolo di un trilogia che i Green Carnation stanno approntando ormai da diverso tempo, da ancor prima della firma con la Season Of Mist del 2017; in questo momento tutte e tre le sezioni sono finalmente scritte e registrate e l’opera verrà conclusa con altre due uscite nel corso del prossimo anno.

L’idea nasce da quel “The Rise And Fall Of Mankind” che ha frullato nella testa dei norvegesi per diverso tempo, prima ancora del temporaneo scioglimento del 2006; al momento di stipulare il contratto con la casa discografica francese, il proposito, già accantonato, è rispuntato fuori, e il gruppo e l’etichetta si sono accordati per la pubblicazione di cinque dischi, impegnandosi a far uscire due album la cui realizzazione non richiedesse troppo tempo – “Leaves Of Yesteryear”, con soli tre inediti infarciti poi dalla cover di “Solitude” dei Black Sabbath e dallo splendido rifacimento del maestoso pezzo del primo disco ‘My Dark Reflections Of Life And Death”, e la riedizione di “Acoustic Verses” del 2006, rimasterizzato e con l’aggiunta di bonus track – in modo da fornire alla band il tempo necessario a lavorare su questa nuova impresa, che quindi riprende il progetto precedente di un’opera monumentale, spalmata però su tre dischi, con temi diversi e un approccio alternativo sia a quello di “The Rise And Fall Of Mankind” che a quello del capolavoro del gruppo “Light Of Day, Day Of Darkness”, un’unica canzone lunga un’ora.

Qua ci imbattiamo invece in composizioni lunghe ma non lunghissime, sui sette minuti, proprio come avveniva su “Leaves Of Yesteryear” del 2020, e anche stilisticamente non siamo lontani dalla direzione che avevano quelle canzoni; non a caso, come in quel lavoro, l’autore principale è il bassista Stein Roger Sordal, coadiuvato dal cantante Kjetil Nordhus nella stesura di musica e testi, coppia che va a sostituire il chitarrista fondatore Tchort, ex Emperor, che precedentemente ricopriva tale ruolo.
I Green Carnation non hanno mai realizzato un disco uguale ai precedenti, e anche in questo caso hanno rispettato il loro modus operandi: le affinità con “Leaves Of Yesteryear” ci sono, ma sono ovvie e prevedibili, perché l’intento allora era proprio quello di predisporre una prova generale del suono futuro che avrebbe dovuto avere il gruppo di Kristiansand; lì solamente abbozzato anche se già non lontano dall’essere maturo, qui, sul primo capitolo della trilogia, compiuto, esteso e definito nei minimi dettagli.
Una sorta di felice incontro tra i tempi lunghi e la ieraticità di “Light Of Day, Day Of Darkness” e la concisione e l’orecchiabilità dei due lavori successivi; siamo ancora in quel particolare ambito in cui il doom-death britannico degli anni Novanta si incontra con i grandi gruppi della fine degli anni Sessanta, in particolare King Crimson, Pink Floyd e Deep Purple; volendo citare degli album di riferimento, i primi che saltano in mente sono ancora una volta “Alternative 4” degli Anathema e “Omnio” degli In The Woods…, ma senza toni nostalgici e inutile citazionismo; c’è la ricerca, da parte dei norvegesi, di pescare dal meglio delle loro produzioni passate e rielaborarlo, trasformarlo, adattarlo ai tempi nuovi, sempre con la consueta classe e cognizione di causa, e i conti alla fine tornano: tutto è stato studiato e portato avanti con certosina meticolosità.

La coerenza e organicità di questo primo capitolo sono di sicuro dei punti a favore, ma a colpire sono anche le due tracce che si distanziano dall’andamento generale, senza sovvertirlo: “Me My Enemy” è sì la classica ballata progressive alla “Epitaph” dei King Crimson, che è stato anche uno dei cavalli battaglia degli In The Woods…, ma spezza il disco e saprà di casa a chi è da tempo un appassionato del Kristiansound; “The Slave That You Are”, con ospite alla voce Grutle Kjellson, è invece, al contrario, un pezzo che non sfigurerebbe su “Axioma Ethica Odini” o “E” dei mai troppo lodati Enslaved, ma che riesce a mantenere anche il marchio di fabbrica dei Green Carnation del 2025; fa anche un po’ l’effetto di sentire inaspettatamente Ihsanh su “Radical Cut” in “The Sham Mirrors” degli Arcturus, per chi se la ricorda, e non è l’unica volta che il gruppo di Oslo viene evocato lungo l’album.
Come detto, il resto è senz’altro molto omogeneo, sia stilisticamente che qualitativamente: impossibile non citare i due pezzi di apertura “As Silence Took You” e “In Your Paradise”, snelli ma raffinati, semplici ma ipnotici, classici ma perfettamente adeguati ai suoni contemporanei, piacevoli al primo ascolto ma volti a svelarsi completamente piano piano nel tempo; molto belle anche la title-track “The Shores Of Melancholia”, che con le sue sontuose melodie alla “Kashmir” vince la palma di pezzo più epico del disco, e l’ultima “Too Close To The Flame”, la più lunga e progressiva del lotto, altro centro pieno.

La stessa cura che si riscontra nelle partiture strumentali è ben presente anche nei testi, che poi sono il cuore della saga stessa; storie di dolore, alienazione e di riscatto esistenziale, che danno un tocco cantautorale all’opera e invogliano all’ascolto non solo del disco odierno, ma anche dei successivi capitoli di prossima uscita.
La maniera in cui Stein riesce, con il suo basso, a rubare la scena in un contesto dominato dalle chitarre elettriche ricorda l’immenso Gianni Maroccolo nei C.S.I., tanto per fare, per una volta, un nome italiano; Jonathan Perez riesce mirabilmente a passare dai blast-beat ai passaggi jazzati, interpretando alla perfezione il ruolo di batterista progressive metal di un gruppo del profondo nord; sulle chitarre c’è poco da dire: essenziali ma eleganti, sono esattamente ciò che ci si aspetta da musicisti di tale spessore; le tastiere, sapientemente dosate, aggiungono colore e amalgamano il suono là dove ce n’è più bisogno.
In ultimo è doveroso sottolineare quanto sia – ancora una volta – perfetta, unica e esaltante la prova vocale di Kjetil Nordhus, fuoriclasse come pochi nell’intera scena metal internazionale; la sua voce è maturata ulteriormente e ha acquisito nuove sfumature, non perdendo un briciolo dell’espressività e potenza che aveva in gioventù.
Di più non si può proprio chiedere: un album bello come le migliori cose uscite a marchio Green Carnation, oppure come i dischi che fecero innamorare del gothic o del prog metal tanti giovani a cavallo del millennio; ciò grazie soprattutto a una formazione costituita non da un capo e da dei comprimari, come spesso accade, ma bensì da un folto gruppo di figure chiave, ciascuna fondamentale nell’economia del gruppo.

 

TRACKLIST

  1. As Silence Took You
  2. In Your Paradise
  3. Me My Enemy
  4. The Slave That You Are
  5. The Shores of Melancholia
  6. Too Close to the Flame
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