GREEN CARNATION – A Dark Poem, Part II: Sanguis

Pubblicato il 31/03/2026 da
voto
7.5
  • Band: GREEN CARNATION
  • Durata: 00:37:16
  • Disponibile dal: 03/04/2026
  • Etichetta:
  • Season Of Mist

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Prosegue con questa seconda parte, intitolata semplicemente “Sanguis”, l’ambiziosa opera “A Dark Poem”, la trilogia inaugurata dai Green Carnation l’anno scorso con il primo capitolo “The Shores Of Melancholia” e la cui conclusione è prevista per la fine di quest’anno.
Partenza con il botto, quella di fine estate 2025, che ha portato il gruppo ai livelli d’eccellenza dei passati capolavori, e che senz’altro ha montato una notevole aspettativa per i successivi capitoli.
Ciò che balza immediatamente all’orecchio è che – ancora una volta – i norvegesi rimescolano un po’ le carte in tavola e non piazzano un lavoro completamente identico al precedente. Nella loro discografia non si trovano due album esattamente sovrapponibili, ma nel caso di una trilogia era lecito aspettarsi una perfetta coincidenza stilistica: invece lasciano subito spiazzati il coraggio e la disinvoltura di un gruppo perfettamente cosciente delle proprie potenzialità, capace di proporre qualcosa poi non così strettamente vicino al primo capitolo della saga, sintomo di grande personalità e dedizione a quel progressive metal che non si limita solo allo sfoggio di tecnica fine a se stessa, ma fa della ricerca un caposaldo dell’approccio alla composizione.

Si parte con la title-track “Sanguis'” e il suo arrangiamento di organo, in cui echeggiano certi momenti di “A Blessing In Disguise” e “The Quiet Offspring”, un elemento che appunto mancava sul precedente capitolo “The Shores Of Melancholia” e capace invece di mostrare lo spettro stilistico che riesce a coprire la musica dei Green Carnation: gothic metal, progressive, ma anche grande hard rock, senza peraltro risultare eccessivamente nostalgico o fuori tempo massimo.
È uno degli episodi di punta dell’album e anche quello più lungo; potrà risultare un azzardo averlo messo in apertura, tuttavia la posizione in scaletta è veramente l’unica immaginabile per questo sontuoso brano, che inaugura alla grande il disco, ne presenta temi e caratteri principali e soprattutto con il suo testo mette subito in chiaro una cosa: dopo l’avvio magniloquente della trilogia con la folgorante prima parte, la band di Kristiansand intende ora scavare nel profondo della saga, lasciando da parte l’immediatezza – se così si può dire, considerando che si tratta in tutto e per tutto di progressive metal – e proporre qualcosa di più intimista, sofferto, oscuro, ragionato.

Sono gli spettri dell’infanzia del principale compositore e autore di tutti i testi Stein Roger Sordal ad affiorare, in una specie di dolorosa e salvifica catarsi che rimanda anche al capolavoro della band “Light Of Day, Day Of Darkness”: una toccante indagine nel passato, alla ricerca dei momenti dolorosi vissuti e il tentativo di darne un senso, di trovare motivazioni e giustificazioni, per potersi finalmente liberare dei fantasmi che circolano ancora nel subconscio.
Il momento topico prosegue con la successiva “Loneliness Untold, Loneliness Unfold”, sorta di coronamento acustico di “Sanguis” in cui Sordal prende lui stesso in mano il microfono – con esiti sorprendenti – e dà sfogo alle frustrazioni di una vita, di milioni di vite che ripercorrono gli stessi passi, gli stessi fallimenti che da padre in figlio si trasmettono dalla notte dei tempi.
Questo breve brano acustico fa anche da apripista alla metallica “Sweet to the Point of Bitter”, che ricorda in maniera quasi sorprendente i grandi Psychotic Waltz, in una sorta di parallelo tra due pesi massimi del progressive metal più dark e raffinato.
Con la successiva “I Am Time” si inizia ad avvertire una certa macchinosità nella costruzione delle linee melodiche del cantato, che non può essere giustificata in toto dalla particolare natura – decisamente introspettiva – dell’album in questione, tanto più che se c’è qualcosa che ai Green Carnation non è mai mancata è proprio la capacità di cesellare le loro canzoni con strofe e ritornelli sempre memorabili.
Ci pensa comunque l’ultima “Lunar Tale” a rimettere le cose a posto, una emozionante ballata pianistica dal respiro ‘da classifica’ – nell’accezione migliore del termine – arricchito dal flauto dell’ospite Ingrid Ose.

Stein Roger Sordal conferma le proprie doti di strumentista oltreché di compositore, offrendo un’altra ottima prestazione, soprattutto al basso piuttosto che alle chitarre; Jonathan Perez assicura un apporto alla batteria di assoluto livello, con un eccellente connubio tra precisione e varietà di soluzioni. Björn Harstad, in verità non presentissimo con la sua chitarra solista, aggiunge comunque quel pizzico di Kristiansound qua e là dove serve, mentre Kjetil Nordhus – al netto di qualche non riuscitissima linea vocale di cui abbiamo già discusso – è sempre il solito meraviglioso cantante capace di coniugare la tradizione progressive con quella del gothic metal anni Novanta.
Doveroso infine sottolineare il prezioso apporto professionale e creativo di Endre Kirkesola, tastierista e produttore dell’intera saga, il classico ‘mago del suono’ capace di traghettare qualsiasi canzone ad un livello superiore.

Questo secondo capitolo appare leggermente meno scintillante del suo predecessore, ma c’è da dire che quello è stato un ritorno – veramente sbalorditivo – alla forma migliore: pensare che l’esperienza si sarebbe ripetuta è forse chiedere troppo, anche ad un gruppo eccezionale come i Green Carnation, che, dal canto loro, hanno di sicuro pianificato il tutto fin dall’inizio – ricordiamo infatti che i tre capitoli sono già stati completamente ultimati.
L’idea di iniziare la saga con un disco più immediato e incalzante e proseguire con una seconda parte più riflessiva e ponderata fa probabilmente parte del gioco, la minor fluidità è ampiamente compensata dalla profondità dei temi e dalla breve durata, e comunque è un album che cresce con gli ascolti e non fa calare la curiosità per la conclusione della trilogia: cos’abbiano ancora in serbo per noi i musicisti di Kristiansand è tutto da vedere, anzi da ascoltare, e non vediamo l’ora di scoprirlo.

TRACKLIST

  1. Sanguis
  2. Loneliness Untold, Loneliness Unfold
  3. Sweet to the Point of Bitter
  4. I Am Time
  5. Fire in Ice
  6. Lunar Tale
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