7.0
- Band: GROND
- Durata: 00:47:50
- Disponibile dal: 30/04/2026
- Etichetta:
- Xtreem Music
A dieci anni dal precedente “Worship the Kraken”, i russi Grond si rifanno vivi con un album che, senza ambire a chissà quali riconoscimenti o platee, può comunque essere visto come un tentativo (discretamente riuscito) di convogliarne il suono death metal in un flusso più incisivo, longevo e maturo.
Affidandosi nuovamente all’Xtreem Music di Dave Rotten per la distribuzione, e dando seguito alla collaborazione di lunga data con Daemorph (Pyrexia, Stabbing, The Black Dahlia Murder) per quanto concerne la veste grafica, il gruppo di Mosca riafferra le redini del discorso interrotto nel 2016 mediante una raccolta di brani in cui la matrice vecchio stampo della proposta, collocabile fra la scuola britannica di Bolt Thrower e Benediction e quella scandinava di Grave e Demigod, si fa più espressiva, densa e atmosferica; un’indole narrativa che, affiancandosi al consueto piglio ruvido e impattante di certe soluzioni, permette all’immaginario lovecraftiano del quintetto di non manifestarsi soltanto a livello di forma (artwork, testi, ecc.), ma anche di sostanza.
Ovviamente, siamo lontani dal lirismo assoluto di una band come i Sulphur Aeon, maestri nel tradurre in musica gli oscuri mondi sommersi del Solitario di Providence, ma è altrettanto palese come con “The Temple” i Grond abbiano voluto inserire una marcia diversa, cercando di andare oltre l’onesta (e un po’ prevedibile) riproposizione di canoni death metal delle prime opere in favore di un approccio di più sfumato e ambizioso, in cui l’atmosfera – insinuandosi nel nucleo potente e aggressivo delle trame – finisce per ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto. La cornice, curata e suggestiva, è quella di un concept dove le vicende militari di Otto Eduard Weddigen, ufficiale di sommergibili durante la Prima Guerra Mondiale, si incontrano con gli orrori subacquei del famigerato Ciclo di Cthulhu, per una narrazione che il contenuto effettivo del songwriting, dal canto suo, adatta in una tracklist dai toni severi e plumbei; una processione di pezzi che, battezzata dalle sirene navali dell’intro “Rotter Himmel” e da un’opener classicissima come “Weddigen”, non dà subito l’impressione di volersi distaccare dalle coordinate del passato, per poi sciogliersi e salire di giri con il trascorrere dei minuti.
Le chitarre, in particolare, da un muro di riff squadrati e gravosi, iniziano a lasciarsi andare a interventi solisti di dignitosa fattura, i cui sviluppi irregolari e le cui melodie tenebrose danno corpo a scenari che – soprattutto nella seconda metà dell’ascolto, vedasi le varie “Dreadnought”, “Submergence” e “Radiant Fury” – fanno compiere al disco il suddetto salto di qualità.
In definitiva, anche se non si può dire che la formazione abbia confezionato qualcosa di stravolgente o destinato a spostare gli equilibri della scena, questo suo affinamento del linguaggio le ha sicuramente permesso di elevarsi a qualcosa di più accattivante dell’ennesimo ‘more of the same’ per fanatici del catalogo Pulverised e F.D.A. Rekotz, confermando che il tempo di una lunga assenza, se ben speso, può diventare un alleato prezioso. Il classico ritorno che sa come restare in rotazione più a lungo del previsto.
