7.0
- Band: HADDAH
- Durata: 00:41:20
- Disponibile dal: 17/10/2025
Ormai lo abbiamo capito: agli Haddah non piace fare le cose di corsa – l’EP di esordio (“From Happiness To Disgrace) è del 2005, mentre il debutto sulla lunga distanza (“Through The Gates Of Evangelia”), risale al 2014 – ma questa estrema dilatazione tra un lavoro e l’altro permette loro di rivedere in ogni dettaglio ciascuna uscita (incluso stavolta un concept fantastico ben rappresentato dall’artwork di copertina), nonché di poter evolvere il proprio stile senza eccessivi scossoni.
La matrice di partenza resta sempre il melo-death più aggressivo, contaminato con venature black e riferimenti alle sonorità più attuali: fin dalla traccia di apertura saltano subito all’orecchio le linee vocali di Alessandro Carella, più simili ai pig squeal tipici del deatchore che al classico scream/growl della scena di Gothenburg, così come il martellante drumming di Edoardo Nicoloso (peraltro in prima linea nel mixing), con blast-beat e ritmiche caratteristici di sonorità più estreme.
Nell’arco di tracce dal minutaggio più sostenuto, come la già citata apripista “Paradox” o “Izalith”, assistiamo dunque ad accelerazioni e rallentamenti (compresi gli immancabili breakdown e qualche arrangiamento orchestrale) anch’essi figli del deathcore di ultima generazione, pur senza voler scimmiottare i Lorna Shore o i Fit For An Autopsy di turno.
Viceversa canzoni più brevi come “Lvpvs” prestano il fianco a melodie più incisive, per quanto sempre sinistre, mentre le varie “Arunnaki” o “Abyss” viaggiano spedite su binari più consolidati dello swedish melodeath (‘tupa-tupa style’), ripescando per l’occasione l’epicità dei vecchi Amon Amarth anche tramite qualche parentesi più teatrale (“Oceloti”, con tanto di chiamata alle armi stile “Braveheart”, a dir la verità forse un po’ pacchiana, posta in apertura); similmente, la drammaturgia primigenia dei Dark Tranquillity fa capolino nella conclusiva “Fall”, con una piacevole coda di pianoforte contrapposta all’incessante martellamento ritmico.
Un lavoro ricco di sfaccettature – ancora di più per chi volesse approfondire il concept lirico, sviluppato insieme allo scrittore Davide Truzzi e corredato da un progetto editoriale presto in arrivo – in grado di unire tradizione e modernità sullo sfondo di una saga dark/fantasy tipicamente appannaggio di altre sonorità. L’insieme di generi forse risulterà indigesto ai fan più settoriali (troppi rallentamenti ritmici per chi è legato al Gothenburg sound d’annata; troppo ‘lo-fi’ per le nuove generazioni cresciute a social e deathcore; troppo estremi per gli amanti del fantasy in salsa power) e si avverte un po’ la differenza tra un lato A più moderno e un lato B più old-school (forse figlio della lunga gestazione?), ma nel complesso agli Haddah non manca la voglia di sperimentare, confezionando con “Aeterea” un disco non immediato ma da scoprire con calma per chi ama le contaminazioni.
