7.0
- Band: HAIL SPIRIT NOIR
- Durata: 00:38:00
- Disponibile dal: 05/03/2012
- Etichetta:
- Code666
- Distributore: Audioglobe
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Esiste una particolare serie a fumetti, pubblicata dalla casa editrice Marvel, chiamata “What If”, dove gli eroi più conosciuti vengono “stravolti” ipotizzando diversi destini, costruiti in seguito a percorsi differenti rispetto a quelli che ben conosciamo. Cosa sarebbe successo se i Fantastici 4 avessero reagito in modo differente all’esposizione dei raggi cosmici? Avrebbero acquisito diversi poteri, diversi aspetti? Forse. Lo stesso gioco si potrebbe applicare allo sport, all’arte, alla musica, ad esempio. Cosa sarebbe successo se Leonardo DaVinci fosse nato in Giappone? Cosa sarebbe accaduto se quel particolare giocatore non avesse sbagliato un rigore? Ancora: cosa succederebbe se i Dimmu Borgir o gli Arcturus fossero spediti indietro nel tempo, ritrovandosi magari negli anni Settanta, alla prese con strumenti ora ritenuti “vintage”, ma con il desiderio di proseguire il loro discorso musicale? Cosa accadrebbe se Shagrath fosse un attempato sessantenne, amico intimo di un giovane Jon Lord e di un Ritchie Blackmore nella sua ultima incarnazione da menestrello medioevale? Forse creerebbero musica dannatamente simile a questi stupefacenti Hail Spirit Noir? Forse. Il duo ellenico costituito da Theoharis (voce e chitarre) e Haris (synth), coadiuvati da diversi session player, ci propone una musica fortemente influenzata dal black metal così come dal rock settantiano e dal prog più psichedelico, qui palesatosi nella sua forma più dark, notturna e poetica. La continua e preponderante presenza dell’hammond, garantisce paradossalmente una freschezza compositiva davvero bene accetta, creando atmosfere uniche ed emotivamente coinvolgenti ben sottolineate altresì dalle chitarre acustiche, ivi presenti e suonate con sentito ed intimo trasporto. Sottolineiamo come nelle parti che maggiormente possono essere ascrivibili al black metal, le distorsioni delle chitarre così come i suoni della batteria, non si discostino minimamente dal suono assolutamente vintage, caldamente analogico e gustosamente retrò che permea questo dischetto ottico. Vocals che si alternano tra il classico scream (ma sempre e comunque intellegibile e mai esageratamente ferale) ed enfatiche e teatrali parti clean, ci coinvolgono in questo sali-scendi emozionale, in cui parti oniriche e dolcemente poetiche fanno da contrappunto a fughe quasi dark-rock (non possiamo non pensare in diverse occasioni alle icone Devil Doll) ed a galoppate maggiormente metal, laddove ci ricordano una sorta di Uriah Heep ipervitaminizzati. Una musica che si può considerare “progressive”, nella sua accezione più corretta e naturale, dove i musicisti sono liberi di poter sperimentare e palesare le proprio emozioni e sensazioni, dipingendo un quadro utilizzando una tavolozza ricca di colori, dalla quale portervi attingere senza restrizioni autoimposte. L’eccessiva prolissità di alcuni brani, dove forse si insiste troppo sul tema portante, e la voce black, nemesi anacronistica di una musica che sembra quasi creata decenni fa, possono essere gli aghi della bilancia, in questo affascinante quanto particolare lavoro. Forse una maggiore omogeneità delle parti vocali avrebbe giovato non poco a questo disco, forse un numero maggiore di brani e con una durata media sui quattro minuti avrebbe reso l’ascolto più snello, invogliando l’ascoltatore a premere più volte il tasto “repeat”, forse un maggior numero di assoli di chitarra (qui melodici, splendidamente settantiani e dal suono lontanissimo dall’attuale concetto di distorsione) avrebbe reso questo disco un capolavoro. Forse.
