8.0
- Band: HALESTORM
- Durata: 00:48:20
- Disponibile dal: 08/08/2025
- Etichetta:
- Atlantic Records
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Chi fermerà gli Halestorm? Presentatisi al grande pubblico sul finire degli anni Zero come una versione hard rock delle band teenage idol con l’omonimo debutto e l’ancor più fortunato sequel “The Strange Case Of…”, con il più intimo “Into The Wild Life” e i più aggressivi “Vicious” e “Back From The Dead” hanno saputo togliersi di dosso l’etichetta di band patinata, conquistando nel frattempo pubblico e critica grazie ai loro incendiari show dal vivo.
Gli ultimi mesi hanno alzato ancora di più l’asticella, tra l’apparizione allo show di commiato dei Black Sabbath (dove Lzzy è stata l’unica musicista a calcare le assi del palco) e il tour europeo in apertura agli Iron Maiden; allo stesso modo, sono cresciute le aspettative per “Everest”, titolo tanto profetico quanto ambizioso per il sesto disco in studio della band di Nashville.
Con una Lzzy più in forma che mai – dopo aver combattuto contro alcol e depressione, due temi affrontati pubblicamente cementando il suo status di role model per le nuove generazioni – la band si è isolata in studio con il produttore Dave Cobb (altro segno di cambiamento, rispetto al più inflazionato Nick Raskulinecz), sperimentando un metodo di lavoro inedito: tutte le demo prodotte prima delle sessioni di registrazione sono state cestinate, costringendo Lzzy, suo fratello (nonchè batterista) Arejay e il resto della band a scrivere e registrare contemporaneamente; un approccio finalizzato a catturare al meglio sul disco l’energia dei loro live show, ma che soprattutto ci restituisce l’album più eclettico della loro carriera.
Se il rock viscerale dell’opener “Fallen Star” si ricollega al precedente “Back From The Dead” con un riff squisitamente metallico ed il consueto graffio melodico di Lzzy, restando sul fronte più energico non osiamo immaginare la reazione del pubblico di fronte alla galoppata ritmica di “Ran Your Blood On Me”, un brano che sarebbe piaciuto a Lemmy, con tanto di solo maideniano.
Decisamente interessante anche l’eclettica “Watch Out” – l’urlo “Watch out, that bitch is out for blood” è già iconico, così come con quel suo retrogusto crossover sarebbe stato perfetta nella colonna sonora di “Tank Girl” – mentre “K-I-L-L-I-N-G” ricorda i System Of a Down non solo nel titolo ma anche nel cantato sincopato e nel riffing, pur mantenendo intatta l’identità dei suoi autori.
Sul versante più melodico, altro storico punto di forza della band, c’è pure l’imbarazzo della scelta: la camaleontica title-track si arrampica suadente verso vette inesplorate come nella scala in copertina, “Like A Woman Can” sconfina nel pop/soul a là Amy Winehouse, mentre “Darkness Always Wins” e “How Will You Remember Me” si muovono più nel segno della continuità delle power ballad a firma Halestorm, con piano e chitarra a dividersi la scena.
Non da meno anche la più gotica “Gather The Lambs”, con un’interazione quasi carnale tra la voce di Lzzy e la sei corde di Joe Hottinger, così come “Broken Doll” e “I Gave You Everything” riprendono e attualizzano la tradizione dei gruppi alternative al femminile degli anni Novanta (Skunk Anansie, Garbage, No Doubt).
La strada per raggiungere l’Olimpo del rock resta ancora lunga, ma con “Everest” gli Halestorm piazzano il proprio campo base un po’ più in alto.
